Mai come di questi tempi si invoca nel dibattito pubblico la parola “educazione”. Si parla di educazione civica perché non sappiamo essere cittadini, di educazione affettiva perché non sappiamo amare in modo sano, di educazione sessuale perché non sappiamo vivere la sessualità liberamente e, anche quando si tratta di denaro e mutui, arriva in soccorso l’educazione finanziaria.
L’educazione come consapevolezza
La necessità di educare è alla base di una società orientata al progresso, una società che vuole individui sempre più consapevoli di ogni aspetto della vita, dai sentimenti fino ai conti in banca.
Quello che però credo manchi a molte persone è la consapevolezza della mancanza di una vera e propria educazione alimentare, oltre che di un’educazione al rispetto di chi, con il cibo, instaura una guerra, una relazione tossica fatta di amore e odio.
Amore – cibo – odio
È proprio così che descriverei il rapporto con il cibo: lo si ama, lo si brama e, dopo poco, lo si disprezza, quasi al punto da non volerlo più vedere. Nella dinamica della relazione tossica, però, non è l’alimentazione il componente nocivo della coppia, ma siamo noi che non sappiamo come trattarla, proprio come molti non sanno trattare qualcuno che si ama. Il nostro rapporto con l’amore, il sesso e il denaro è inevitabilmente condizionato dal passato personale, e la stessa cosa vale per il cibo e la concezione del corpo.
Non sento di poter parlare a nome di tutti coloro che, con sé stessi e il cibo, hanno avuto sempre burrascose liti: ognuno di noi vede o ha visto qualcosa di diverso in un piatto pieno o vuoto, negli specchi, nelle foto e negli armadi. Ma credo che tutti siamo accomunati da un dolore che, purtroppo, non scade come il latte e fatica a uscire fuori. Un paio di pantaloni che comincia ad andare stretto o una maglietta troppo larga diventano un pugno nello stomaco, e un commento fuori luogo ci toglie il respiro.
Paura, inadeguatezza e ancora paura
È come se avessimo paura di ammettere che un dessert o un aperitivo ci spaventa. Alcune paure vengono più giustificate di altre, ma quella del cibo proprio non è tra queste. Non ci resta che sperare in una presa di coscienza collettiva, sia da parte di chi soffre, sia da parte di tutti gli altri: noi dobbiamo avere più coraggio nel parlare, e gli altri più premura nell’ascoltare.
Sarei ipocrita con me stesso e banale se dicessi che non è il modo in cui vediamo il nostro corpo a definire chi siamo e quanto valiamo come persone, e lo sarei ancora di più se affermassi che bastano lo sport e una dieta per superare l’inadeguatezza che ci impregna. Questo non basta, e dovremmo capirlo tutti.
Non è una questione strettamente fisica ed estetica, è qualcosa di interiore, una voce che sussurra di non meritare niente di positivo perché non si è come si dovrebbe essere. Ma bisogna davvero essere in un determinato modo per meritare le cose belle?
Contributi
Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.
- Articolo di: Edoardo Minerva
- Correzione bozze: Elide Cafaro
- Impaginazione e SEO editing: Gianmarco Loiacono
Se anche tu vuoi contribuire e unirti al nostro team, compila il nostro form e verrai contattato da uno dei nostri collaboratori.
