“Django Unchained”: la D è muta, bifolchi

Il western che deraglia dai suoi binari. Un Tarantino rispettoso ma che non si fa problemi a sperimentare con il genere.

Che Quentin Tarantino ami il cinema western non è un segreto, e con Django Unchained l’incontro fra questo genere cinematografico e il regista statunitense è finalmente avvenuto. Il film, uscito nelle sale nel 2012, è una lettera d’amore imbottita di citazioni dei grandi cult del passato, a iniziare proprio dal titolo che omaggia Django, il film di Sergio Corbucci del 1966. Nel cast sono presenti attori del calibro di Samuel L. Jackson, Leonardo DiCaprio, Jamie Foxx e Christoph Waltz (che proprio con questo film vincerà un oscar come migliore attore non protagonista). Per celebrare gli iconici film di western di Sergio Leone, Tarantino ha ottenuto la collaborazione dello stesso Ennio Morricone, storico amico del regista italiano e maestro compositore, che negli anni ’60 diede alla luce le colonne sonore di capolavori come Il buono, il brutto, il cattivo e Per un pugno di dollari

La trama è ambientata nel Texas del 1858 e parla dello schiavo di colore Django. Nei primi minuti del film il protagonista viene liberato da King Schultz, ex dentista tedesco e ora cacciatore di taglie, che lo rintraccia perché ha bisogno di lui per riconoscere i volti dei tre criminali che sta cercando. Tra i due si instaura una dinamica mentore-allievo, in cui Schultz, prendendo sotto la sua ala Django, decide di aiutarlo nella sua missione: liberare la moglie Broomhilda, anche lei schiava presso Candyland, la tenuta del proprietario terriero Calvin Candie.

Nonostante la pellicola si rifaccia a piene mani all’immaginario degli spaghetti western, lo stile di Tarantino è costantemente presente, e questo rende difficile incasellare il film in un singolo genere ben definito. Il regista gioca con le inquadrature, è attento alla fotografia e si diverte con le citazioni spaziando da lunghe scene cariche di suspence, corredate dai classici zoom in primo piano sugli occhi dei personaggi, a scene dedicate alla violenza più incontrollata e allo splatter tipicamente tarantiniano, fatto di esplosioni e di getti di sangue. Tarantino si è anche ritagliato dei momenti per piazzare qualche battuta ben riuscita, conferendo alla pellicola un’impronta comica che non risulta mai fuori luogo rispetto alle tematiche più serie; un insieme non omogeneo quindi, ma che nel suo complesso non fa storcere il naso e che si sviluppa in maniera molto gradevole. 

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Oltre all’Oscar già citato in precedenza, la pellicola ne ha vinto uno anche per la miglior sceneggiatura originale. I personaggi che Tarantino mette in scena sono carismatici, eccentrici e pomposi ma allo stesso tempo sfaccettati e verosimili; ognuno portatore di un messaggio morale e politico di fondo. Primo fra tutti, Django diviene il simbolo della lotta alla soppressione e alla schiavitù. Un personaggio prevalentemente positivo, ma che viene rappresentato anche come un uomo capace di scelte discutibili pur di raggiungere il suo scopo. Il vero fulcro e motore del film rimane però il personaggio di Schultz. Più di una volta, infatti, è lui a guidare l’azione e a rubare la scena, tanto che il ruolo da co-protagonista sembra stargli stretto. È un personaggio colto, ironico ed estremamente empatico, ma che rimane comunque un calcolatore e un killer a sangue freddo.

Una considerazione di riguardo la meritano anche l’antagonista (Calvin Candie) e il suo braccio destro (Stephen), rispettivamente interpretati da DiCaprio e da Jackson. DiCaprio si dimostra ancora una volta uno dei migliori attori del nostro tempo, e riesce a consegnarci una performance magistrale anche nel ruolo del cattivo più spietato e amorale; Jackson, invece, interpreta il capo della servitù, un uomo di colore corrotto e deviato che vive la sua vita voltando le spalle ai suoi fratelli, preferendo essere trattato alla stregua di un animale domestico piuttosto che aiutare chi viene oppresso.

La pellicola non è di sicuro il capolavoro di Tarantino (come lui stesso ha affermato in più interviste), ma è comunque capace di offrire numerosi spunti di riflessione, di intrattenere e di divertire, ed è caldamente consigliata a chiunque sia un amante del buon cinema, sia contemporaneo che d’altri tempi.