9 marzo 2020. L’11 settembre di un’intera generazione. Può essere difficile ricordarsi dove eravamo il 24 febbraio o il 7 ottobre, ma tutti abbiamo bene in mente cosa facevamo quando il presidente del Consiglio dei ministri annunciò le misure speciali contro il Covid.
Covid come spartiacque
Se si ripercorrono velocemente gli ultimi 150 anni, il Covid appare come l’evento negativo (la crisi) che ha impattato più direttamente la vita di più persone, dietro solo la Seconda Guerra Mondiale.
Altri eventi hanno impattato la vita di molte persone, vista la crescente interconnessione delle varie zone della terra, ma ciascuno in modo diverso.
Si pensi alle crisi economiche, il 1929, il 1973, il 2008. Le conseguenze macroeconomiche sono state di volta in volta considerevoli, con conseguente influenza sull’immaginario e sulla vita quotidiana di milioni di persone. Ma persistevano comunque alcuni gruppi, alcune fasce della popolazione, che risentivano diversamente di tali conseguenze.
Si pensi ad altri eventi a carattere militare: le guerre iugoslave, afghane, del Vietnam e di Corea, persino la Prima Guerra Mondiale, hanno avuto un grande impatto sulla coscienza pubblica grazie alla grande copertura mediatica e, nel 14-18, del grande coinvolgimento della popolazione, anche lontano dal campo di battaglia.
Ma anche in questi casi, persistevano fasce della popolazione e larghe zone del mondo in cui le bombe non cadevano e la vita proseguiva grossomodo come tutti i giorni.
La Seconda Guerra Mondiale è differente sotto questo punto di vista: l’impiego massiccio dell’aviazione e la grande mobilità dei fronti hanno aumentato a dismisura la percentuale di territorio e popolazione che ha subìto concretamente l’evento storico.
Si pensi ad altri eventi il cui valore è soprattutto simbolico: lo sbarco sulla Luna, ma anche, per certi versi, l’11 settembre e il lancio delle bombe atomiche.
Nonostante gli ultimi due abbiano causato un considerevole numero di vittime, è innegabile che la maggior parte della popolazione del mondo sia rimasta materialmente intoccata dall’evento immediato.
Chi leggeva di Hiroshima, della Luna o delle Torri, pur rimanendo sconvolto, stupito, dubbioso sul futuro, subito dopo si alzava e andava a scuola, in ufficio, in negozio, o ovunque si svolgesse la sua vita quotidiana, che continuava come prima.
Il valore di questi eventi è, appunto, soprattutto simbolico. Sta nell’impatto che hanno generato sull’opinione pubblica, sulle modifiche che hanno impresso alle politiche governative e anche alla cultura di massa.
Il Covid è stato diverso.
Nell’arco di poche settimane, a partire dal 9 marzo in Italia, dal 4-5 in Germania e Francia, la diffusione del “virus cinese”, come lo chiamavamo allora, ha costretto tutti, dai governi delle superpotenze mondiali alle famiglie delle cittadine, a prendere provvedimenti immediati, a modificare radicalmente tutto ciò che credevano di poter fare e sperare.
Ogni generazione ha vissuto in modo personale lo smart working, prima solo sperimentale e oggi adottato sempre più organicamente.
È possibile affermare che sono state le generazioni più giovani e più vecchie a risentire degli effetti dell’isolamento, ma saranno sicuramente i più giovani, quelli che, invece del lavoro, hanno fatto esperienza della scuola da casa, che per più lungo tempo risentiranno delle conseguenze di quei due-tre anni vissuti così diversamente da quello che avrebbero potuto immaginarsi.
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La “Covid generation”
Se la Grande Guerra ha creato la “Lost generation”, la Seconda Guerra Mondiale la “Greatest generation”, il 2020, l’anno che nel parlare comune è diventato quasi sinonimo di sfortune, ha creato una “Covid generation”, i cui caratteri verranno sicuramente studiati nel futuro.
Quando i ragazzi e le ragazze che hanno passato gli anni centrali della loro maturazione in condizioni così particolari diventeranno presidenti, amministratori delegati, padri, madri, insegnanti, giornalisti e scrittori, forse l’esperienza del lockdown si farà sentire in modi tangibili, come l’esperienza della guerra si faceva sentire quotidianamente nell’esperienza di chi entrava nell’età adulta negli anni ’60. Ma questo lo vedremo nei prossimi decenni.
Cinque anni dopo, del Covid si sente parlare nei regolari aggiornamenti delle ASL regionali, che segnalano poche centinaia di casi nell’arco di mesi, e negli isolati avvertimenti degli esperti che tentano di mettere in guardia le istituzioni e i popoli del mondo riguardo i rischi sempre più consistenti di una nuova pandemia globale.
Quanto questi avvertimenti siano efficaci, quanto le istituzioni internazionali e gli Stati si stiano efficacemente preparando alla prossima pandemia, non è ancora possibile dirlo con certezza.
Sarebbe meglio saperlo in anticipo, prima che gli ospedali tornino a riempirsi e le strade a svuotarsi.
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