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Il tema del consenso sessuale risulta centrale nella società odierna, eppure questo non sembra essere sufficiente in determinate circostanze. Servirebbe costruire una cultura che permetta di definire che cosa si intenda con tale parola, affinché si possa consumare un rapporto sessuale alla pari. Solo in questo modo sarà possibile eliminare un problema concreto: la zona grigia.
Tra diritto e false credenze
Imbattersi in fatti di cronaca legati alla violenza sessuale è ormai all’ordine del giorno. Inoltre, vi è una tendenza comune: pensare che la legge possa punire chi commette tali crimini.
Questa credenza, però, nasconde non pochi problemi.
Primo tra tutti: la difficoltà che si riscontra nei processi giudiziari quando ci si trova davanti a quel genere di stupri che ricadono nella “zona grigia“.
Questa indica tutto un gruppo di circostanze in cui, pur essendoci un apparente consenso, la vittima accusa il partner di aver perpetuato, nei suoi confronti, atti non desiderati.
In questi termini risulta difficile anche per la giustizia capire se si tratti o meno di violenza sessuale. Si riscontra, dunque, una grave difficoltà nel determinare se l’assenso sia stato sufficiente, e non vi sia stata alcuna resistenza, al punto tale da poter essere considerato consenso.
Certamente l’intervento del diritto e della giustizia non sono soluzioni trascurabili, ma andrebbero considerati come l’ultimo baluardo a cui rifarsi per trovare una soluzione.

Costruzione di una cultura discriminante tra stupro e consenso
Prima di poter considerare questo, è preferibile costruire una cultura che possa offrire un discrimine tra stupro e rapporto consensuale, e permettere di evitare che questo accada totalmente.
Di fatto, la mancanza di una educazione sessuale corretta sul consenso è un problema che ci restituisce una immagine distorta della realtà:
- Da un lato, la donna che viene declassata da vittima a responsabile, “se l’è cercata”.
- Dall’altro, la convinzione per cui gli stupri vengano perpetrati esclusivamente dagli sconosciuti, lontano da occhi indiscreti.
Auto-censura e consenso nella modello sociale dominante sulla donna
Quest’immagine conduce, però, la donna a credere di essere una pre-vittima: dovrà imparare a fare i conti con l’ambiente in cui si trova e a limitarsi nell’esprimere sé stessa come meglio crede, anche nel modo di vestire.
Dovrà evitare i luoghi isolati e dovrà porsi dei limiti orari “sicuri”. Al contrario, sembra essere quasi pronti a difendere il violentatore a spada tratta, soprattutto se la sua persona non corrisponde al consueto stereotipo di questa categoria.
Imperativo categorico e rapporto sessuale
Potrebbe suonare strano citare Kant in un discorso sulla sfera sessuale, in quanto la sua proposta di morale, più legata ad un senso del dovere, non sembra toccare questo tema.
Tuttavia, Kant, in una delle sue declinazioni dell’imperativo categorico, propone di considerare gli altri individui:
come fini a sé stessi, e non come meri mezzi per i propri obiettivi.
Dunque, è proprio qui che questa sua considerazione può avere una determinata valenza, anche quando si affronta il tema del rapporto sessuale consensuale. Dopo la consumazione del rapporto, se ci si concentra esclusivamente sul desiderio, il rischio è proprio quello di oggettivare l’altro.
- Se da un lato il sesso permette di conoscere il proprio partner in una sfera più intima, come un autentico individuo;
- Dall’altro il rischio è di considerarlo un mezzo per raggiungere la soddisfazione. Perciò, il confine tra consensualità e violenza è molto labile nel rapporto fisico, e il rischio di cadere nella zona grigia è dietro l’angolo.
Perciò, il confine tra consensualità e violenza è molto labile nel rapporto fisico, e il rischio di cadere nella zona grigia è dietro l’angolo.

Il principio del “No è no” non regge
A tal riguardo, anche il principio “no è no” rischia di non essere sufficiente. Nel momento in cui un partner esprimesse contrarietà nel consumare un rapporto, ma questo avvenga comunque, allora dovrà essere tacciato di stupro.
Seppure il no non accetti sfumature, e quindi potrebbe essere già di per sé un ottimo discrimine, nasconde delle insidie. Il ripensamento potrebbe non esistere fin da subito, ma essere il risultato di un atto spiacevole durante la consumazione stessa.
A questo punto, però, potrebbe risultare ostico fermare l’altro, dovendo anche considerare che il desiderio necessita di essere soddisfatto.
Dunque, si potrebbe incontrare la possibilità che nel mezzo del rapporto si possa non essere disposti a smettere. Proprio per questo motivo, serve proporre un principio più solido, che offra una base per considerare differenti sfumature più complicate.
Consenso come costruzione di discorso
Una alternativa può essere ritrovata nell’opposto di “no è no”: “solo sì è sì“. Questo offre una possibilità di dialogo tra i diretti interessati.
In particolare, esso non prevede un terreno stabile iniziale in cui tutto sembrerebbe essere definitivo, ma la possibilità di variare e confrontarsi reciprocamente.
Potendo affermarsi, senza “negare” l’altro, è anche possibile far valere la propria capacità di autodeterminazione, aprendo la strada ad una dinamicità tra le parti.
Se il rapporto sessuale ha inizio in quello comunicativo, la zona grigia tenderà ad annullarsi. Il semplice assenso iniziale non viene più percepito come un sì a tutto, che cancella ogni possibilità di obiezione.
Diventerà, invece, qualcosa che può essere continuamente messo in discussione, senza chiudere l’apertura all’altro.

Se si vuole costruire un’idea di sesso egualitario per le parti, ed evitare violenze, l’unica soluzione è intraprendere una svolta culturale.
Sarà, infatti, necessario interpretare il rapporto sessuale come un dialogo tra pari.
In questi termini, ricade anche il concetto, e la relativa soluzione, per l’oggettivazione.
In questo senso, si potrà giocare con un rapporto fluido, dove prima uno e poi l’altro possono prendere le redini della situazione, trovando un punto di contatto reciproco.
Diamo spazio all’educazione sessuale
Ostacolo più ostico in questa costruzione potrebbe essere:
La timidezza nel confronto
Questa potrebbe essere superata facilmente con un’educazione sessuale capace di aiutare a comprendere come la sfera sessuale sia perfettamente umana.
Non ha nessun senso vergognarsi di qualcosa di naturale, serve parlarne per eliminare quei tabù, che ci portano a lasciare certe cose fuori dalla sfera pubblica, ed avere una maggiore comprensione di sé stessi, di cosa si vuole, imparando a comunicarlo al partner.
Di educazione sessuale, e di sessualità in generale, non serve solo e per forza un programma ministeriale. Si può iniziare in prima persona, affrontando questioni simili, parlandone con gli altri e anche informandosi. Se l’iniziativa non parte dal singolo, allora il cambiamento non potrà mai avvenire.
Solo così sarà possibile determinare quel confine tanto agognato, da cui poi potrà beneficiarne la legge e la comunità.
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Bibliografia:
M. Garcia, Di cosa parliamo quando parliamo di consenso? Sesso e rapporti di potere
I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi
O. O’Neill, Between consenting adults
S. De Beauvoir, Il Secondo sesso
