Dopo un silenzio creativo di due anni e mezzo, Caparezza è ritornato sulla scena con un album che è un rito di passaggio: “Exuvia” è uscito nel 2021, con una tournée organizzata l’anno successivo. In questi anni il mondo ha pigiato sull’acceleratore, concentrando l’angoscia in un cocktail esplosivo di ansie e timori: la pandemia, la crisi climatica ed energetica, la guerra. Michele è arrivato al momento giusto e nel modo giusto.
Lontano dalle effervescenze politiche giovanili, Caparezza si trova nell’età di mezzo: sull’orlo dei cinquanta, impellente è l’esigenza di un resoconto sul proprio percorso. Il rapper pugliese è pronto a confrontarsi con se stesso.
Exuvia non è una mera raccolta di brani: l’opera è un diario aperto. Ascoltare l’album significa entrare nell’intimità di un rapper che «gioca alla pari con l’età» (Exuvia), significa assistere a una seconda nascita. Non da meno è stata la tournée organizzata dopo la pubblicazione dell’album, nel 2022: Caparezza ha fatto vivere al suo pubblico un’esperienza unica; sul palco hanno preso vita creature in cartapesta, realizzate dal maestro cartapestaio di Putignano Deni Bianco, e scene tratte dalle più celebri opere della letteratura e dell’arte.
Fuori dal guscio
Il viaggio verso l’Io inizia da una fuga impossibile: Caparezza è in fuga da un passato che rinnega, da quel Mikimix esordiente degli anni ’90, che cercava di adeguarsi al pop, utile sottofondo nei supermercati. Caparezza è anche in fuga da un presente che avverte come estraneo. Michele, però, è una lumaca – così si è presentato varcando il palco nei suoi concerti – con una grossa e pesante casa da portarsi sulle spalle, ricolma di dubbi invadenti.
Dopo una carrellata di autocitazioni nella cupa Canthology, una sorta di compendio antologico, inizia la fuga da quella prigione in cui Caparezza era stato rinchiuso nel precedente Prisoner 709. In Fugadà, si intuiscono i leitmotiv che guidano quello che si configura come un saggio filosofico, più che come una raccolta di brani musicali: il tempo che corre, la crisi e il rito di passaggio, la Natura.
Caparezza, fuori dalla prigione, si è ritrovato a fare i conti con una realtà che non lo rappresenta, in un’epifania costatagli la rottura del proprio Velo di Maya, in un rito di iniziazione alla disillusione degli adulti. Con un rimando di kafkiana memoria, non uno scarafaggio, ma una limaccia è uscita dal guscio a fatica e il mondo che ha ritrovato è un Paese delle Meraviglie al negativo.
Madre Natura
Un simbolo domina in tutto l’immaginario di Exuvia: la foresta, che è la Selva Oscura della Divina Commedia, il bosco ateniese di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare e il lago in cui dei cigni prendono forma di donne nell’opera di Čajkovskij. Il rituale di Caparezza, dunque, trae ispirazione da questa letteratura che descrive la metamorfosi come necessario percorso di dolore spesso funestato da una Natura matrigna (monito leopardiano che tendiamo a occultare).
In Contronatura, il rapper si inchina alla grandezza di una Natura che l’Uomo tenta di sottomettere. In un sottile attacco al positivismo che vuole ergere l’Uomo a Dio, nel brano Caparezza guarda alla Madre Terra come a un’infida donna che tradisce chi l’ama. D’altronde, però, è l’Uomo stesso che non si dimostra capace di accudirla.
Nel testo si legge:
So che vivi nell’incuria, hanno ragione, non decidi
Chi di te si prende cura lo fa contro i tuoi principi
Ma va bene così
Contronatura in Exuvia
Nel tracciare la propria strada verso l’evasione, Caparezza percorre sentieri in cui la Natura cambia forma: da donna imprevedibile a necessaria madre che protegge il proprio figlio. Ne El Sendero, cantata insieme alla messicana Mishel Domenssain, seguiamo il rapper che riflette su ciò che non è stato. A guidarlo lungo il percorso, novello Lazzaro, compare una nuova stella polare: l’Arte, che è protagonista di uno degli ultimi brani in cui Caparezza asserisce che l’Arte sia meglio della Vita (Eyes wide shut).
Ne El Sendero si legge:
Arte mi devi guidare, fa’ uno sforzo
Di’ alla natura di vegliare il mio percorso
Dalla borsa tiro fuori un grande corno
Per soffiare via il mio panico dal corpo
El Sendero in Exuvia
Nel viaggio al di là delle sbarre, Caparezza è anche un viaggiatore che si paragona a quell’islandese protagonista di un racconto delle Operette Morali di Leopardi, «che migrò alla ricerca di un clima mite» (La Matrigna – Skit) e ne rimase comunque deluso, perché nulla può esserci di salvifico se non un faccia a faccia con se stessi.
Fede o Fiducia?
Tra le mutazioni che Michele vede nella realtà campeggia l’incomunicabilità di una società social in cui sembra che tutti siano redattori di un magazine autogestito e abbiano l’indomabile voglia di comunicare, dimenticando che dapprima bisognerebbe ascoltare (se stessi e gli altri). Un po’ come Pripyat, la città fantasma in Ucraina abbandonata all’indomani del disastro nucleare di Černobyl’ del 1986: parlare a vuoto, parlare al vuoto è la condizione in cui Caparezza si sente incastrato, sempre più circondato da gente di fede e non di fiducia.
Proprio su questa dualità si è soffermato il rapper durante i concerti della tournée di Exuvia, intavolando dibattiti nel mezzo dell’esibizione. Per scegliere tra fede e fiducia, Michele è partito dall’Orlando Furioso di Ariosto, mettendo in scena l’opera con tanto di Angelica, Medoro, il paladino Orlando e l’amico Astolfo che recupera dalla Luna il senno del cavaliere cristiano, cavalcando trionfante il suo ippogrifo in cartapesta.
Che il poema di Ariosto sia un’opera sulla fede lo si può ben intuire dal contesto storico in cui sono calate le vicende; che questa fede non sia solo religiosa ce l’ha fatto capire Caparezza.
Orlando, nella sua alta e arrogante considerazione di sé, si arrocca nella fede che lo obbliga a rinnegare ogni evidente indizio di rifiuto da parte di Angelica. Davanti all’evidenza diviene pazzo, distrugge la foresta e continua a non cedere al fallimento.
Avere fede in se stessi significa non essere inclini al dubbio, significa chiudersi in una torre d’avorio inespugnabile, che si crepa se non è abituata all’incontro con la diversità e con l’errore. «Abbiate fiducia in voi stessi, non fede. La fede è granitica, inamovibile; la fiducia, invece, si fonda su un presupposto critico»: questo uno dei lasciti spirituali di Michele Salvemini che ha lanciato al pubblico durante il concerto al Parco Archeologico di Egnazia nell’agosto del 2022.
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Memento Mori
I dubbi che hanno aperto l’album continuano a campeggiare anche alla fine: si giunge così a un bivio. Arriva il momento de La scelta. In una stridente dicotomia tra Arte e Vita, Caparezza propone due vie: da un lato Beethoven, dall’altro Mark Hollis. Ognuno, «caldeggiando il proprio varco» (Marco e Ludo – Skit), è esempio di una scelta che, per definizione, implica una rinuncia: una vita dedicata all’arte o un’esistenza fatta di affetti? Caparezza non dà risposte né consigli.
L’intrinseca difficoltà del bivio è ben presto superata, perché a rincorrere l’Uomo c’è Zeit, il tempo. Nella corsa che porta alla Morte il rapper accelera, come ha fatto d’altronde il mondo durante gli anni di sua assenza dalle scene. Pericolosamente sull’orlo della distruzione, quando nel globo si diffondeva la pandemia, l’artista pugliese avverte nella sua lentezza il peso del masso di Sisifo: il velo di Maya ormai lacerato è caduto, Caparezza è di fronte alla battaglia più antica dell’Uomo. La lotta contro il Tempo è impossibile: quando si pensa di averlo sconfitto, l’angoscia delle lancette ricompare.
In Zeit così scrive:
Dimmi, Zeit, cosa ti è successo? Non mi tieni il passo
Ritorni indietro come Sisifo, non tieni il masso
Correvi a perdifiato, adesso perdi fiato, che disastro
Zeit in Exuvia
L’inevitabile scontro con il Tempo è sinonimo di incontro con la Morte. Nella sua mezza età, Caparezza si trova di fronte alla Dea che tutti tentano di allontanare. Ispirata dalla dipartita di un suo amico, in La Certa Michele, contro ogni banalità, scrive un inno alla Morte. Non macabro, non masochista: Caparezza prende le difese di quella litania che diventa compagna nei momenti di sofferenza e tiranna quando il male passa. È la Morte a parlare, a svelare i suoi pensieri che non sono d’odio per l’essere umano:
Mi vedi come la cattiva, la tenebra, la maldita, la Dea che fa la bandita
Ma voglio solo schiodarti dalla panchina
Voglio vederti giocare la tua partita
La Certa in Exuvia
Caparezza, con La Certa, capovolge e sconvolge, come ha sempre fatto.
Al di là del rituale
L’esuvia in biologia è ciò che resta dell’esoscheletro di un artropode dopo la muta. Caparezza ha compiuto questa metamorfosi in un rituale mistico e arcano. Il rito di passaggio è un tema che si ritrova in quasi tutte le culture e le letterature. Per le popolazioni antiche il passaggio all’età adulta era sempre segnato da un rituale: per i Greci dell’epoca arcaica, come si apprende nell’Odissea, era la prima battuta di caccia (Odisseo segue il nonno Autolykos e uccide un cinghiale, che gli provocherà la cicatrice al ginocchio riconosciuta anni più tardi dalla vecchia balia Euriclea a Itaca). Certo, per Caparezza è stato più filosofico e meno cruento, ma ha ricalcato le orme di Dante, Shakespeare e Čajkovskij, tutti accumunati dalla discesa in un inferno personale a metà della loro esistenza.
Con Exuvia, Caparezza si toglie la maschera, si presenta come Michele Salvemini: un uomo che «è tutto un groviglio, fuori e dentro il cranio» (Azzera Pace, titolo da leggere al contrario). Compiuta la fuga dalla prigione, l’artista si ritrova nella foresta ed è qui che rinasce a nuova vita.
Nel brano che dà il nome all’album scrive:
Guardo i video che ho fatto
Ho la voce e l’aspetto di un altro
Il mio autoritratto
Ha i colori in eterno contrasto
Exuvia
Attraversata l’oscurità, accorgendosi di essere egli stesso un paradosso, il rapper si presenta al mondo nella sua essenza umana. Giunta l’età dei resoconti, Caparezza capisce che «il secondo album era più facile dell’ottavo» (Canthology).
Mettendo da parte la sua anima politica – ormai appartenente a un’età che non esiste più –, Michele Salvemini ha superato il suo acmé artistico, decidendo di dialogare sfrontatamente con il proprio Io e regalando al mondo un album che è un capolavoro.
