Due mani, due bestie selvatiche sulle ginocchia

“Avevano tutti paura della morte per la sanzione che essa dava a una vita a cui non avevano preso parte”, scriveva Albert Camus: la morte rileva una vita spesa male o una vita spesa bene, una vita condotta in rispetto dei propri valori o meno. 

La mort heureuse

L’originale sanction, reso con sanzione, da Giovanni Bogliolo, nella sua traduzione del meraviglioso testo di Camus, La mort heureuse, “La morte felice”(1971), per Bompiani, è quindi attribuito dall’autore al ruolo che la morte ha per l’uomo e ne costituisce anche il motivo per cui è da quest’ultimo temuta. Ebbene, Camus intendeva che la morte fa paura a coloro che non hanno “preso parte” alla propria vita, a coloro che non hanno compiuto i “gesti decisivi”, quelli capaci di elevare un’esistenza. Ed è proprio il senso di questa sanzione, evocato dall’ancora giovanissimo intellettuale francese nel suo primissimo romanzo rimasto incompiuto, che mi torna in mente in quello stato di dissociazione – quello che mi isola e protegge dai contesti che si fanno entropici – con cui mi unisco agli studenti in protesta per la Palestina nel cortile dell’Ateneo di Bari nella calda mattinata del 22 settembre.

Sotto il sole, tra i colori della bandiera palestinese, portiamo alta sulla testa una tenda da campeggio, una delle tante usate nelle notti precedenti per il presidio in sostegno della Global Sumud Flotilla, mentre animiamo l’Ateneo percorrendo i suoi cortili. L’agitazione aumenta gradualmente: stiamo per unirci al grande corteo generale che si sta avvicinando al plesso universitario guidato da USB (Unione Sindacale di Base), Potere al Popolo!, OSA (Opposizione Studentesca d’Alternativa) e Cambiare Rotta. Le voci, sempre più forti, denunciano gli accordi che ancora persistono tra l’Università e Israele. In quell’alternarsi di voci al megafono, mi torna in mente la percezione che ebbi di quelle pagine di Camus, come le definii nella mia mente mentre le leggevo.

“Tagliate da parole come coltelli”.

Mi sembrò che la carta di quel romanzo contenesse vere e proprie incisioni, più che battiture d’inchiostro. Che quelle parole fossero il segno di una lava incandescente, di un uragano in rivolta espresso con precisione e violenza chirurgica. Ricordo la sensazione di resistenza che avvertii in quelle parole che sembravano opporsi all’insensatezza o all’indifferenza della realtà, così disumana. Il susseguirsi veloce e spietato di quei periodi brevi e lapidari, privi dell’inutile, del falso, privi di tutto ciò che non è effettiva intuizione o emozione, viene pian piano evocato nella mia mente dal meccanico ripetersi di frasi e slogan di protesta degli studenti. L’accusa che sollevano è il segno di tagli, penso, precisi, come il sangue lento che accusa, anch’esso, sanziona, l’affronto di una lama. Sento che la sensazione nebulosa che mi isola dai miei compagni comincia ad allontanarsi. Ma mi muovo ancora come un carro funebre nella turba, senza riuscire a dare voce a quei tagli che anche io mi porto dentro, quelli delle vittime, dei corpi che ho visto, delle voci che ho ascoltato, dei teli bianchi sporchi di sangue. Ancora voglio proteggermi, dissociarmi, tenere lontane quelle immagini, quelle delle vittime di una follia genocida che ha ripudiato il dolore e il fatto di provarlo per diventare cemento, cieca negazione che spegne l’umano col disumano.

Il sole mi brucia la faccia mentre, dietro il cancello dell’Ateneo, aspettiamo l’arrivo del corteo. Intravedo i passanti che si guardano dietro. Dai loro volti capisco che si avvicina numeroso. L’euforia e l’adrenalina cominciano a muovere i muscoli. Antonella, militante dell’organizzazione giovanile comunista Cambiare rotta, alla guida del nostro gruppo, dice che i partecipanti sono circa diecimila. Arrivano le auto della polizia che precedono lentamente il corteo. Ascolto i rumori, le urla e una voce, che riconosco mia, e che adesso è all’unisono con quella degli altri. Ci immettiamo nel denso flusso di manifestanti, che formano un mosaico mobile, con naturalezza spietata. Sento le gambe fidarsi dei piedi che si fanno radici aderenti all’asfalto irregolare, mentre procedono con fare antico, senza chiedermi il permesso. Sanno meglio di me come si cammina in gruppo. E così come si percepisce di essere in connessione con qualcuno che ha senso in sé e dice di sé il vero in quei momenti privi di faziosità formali strappati – seppur di rado  – alla quotidianità umana come riscatto dal giogo sociale, così ora percepisco la connessione con migliaia di persone che sono, per quell’istanza, vere in sé e di senso. E lo sono sempre, in ogni passo, in ogni movimento, in ogni frase urlata.

La dissociazione non è più necessaria e non corre in mio soccorso perché, adesso, ciò che ho dentro risuona pienamente con ciò che avviene fuori. Tutto sembra in rivolta, la stessa lucida rivolta che ho sempre portato dentro, che ha risuonato con La morte felice, con i suoi tagli, e che ora percepisco collettiva. 

Qui, in questo corteo, che è ormai un grande muscolo, meraviglioso, fatto del tessuto rosso, bianco, nero e verde di bandiere al vento, le lacrime sono lecite, la rabbia necessaria, i movimenti liberi. Nessuno si pone domande. Non ci sono stupori. Nessuno reputa questa ribellione un atto ingiustificato poiché questa esprime quel desiderio di giustizia sopito fino a quel momento e che adesso viene fuori accompagnato dalla sensazione di essere sì in ritardo, ma ancora in tempo: è la grande attesa che ora legittima la grande reazione. Avviene intorno una specie di catarsi, un necessario processo di liberazione. Saltano i tappi dal dentro al fuori come avviene col pianto, benedettissimo, che libera. Vedo le lacrime, la santità che evocano. A tratti relativa, a tratti arcaica. Gli scudi di plastica vitrea degli agenti sembrano rinfacciare che tutti noi, in questo corteo, rappresentiamo solo un momento fragile, qualcosa che appartiene a un ciclo, a un fenomeno di massa, destinato a rientrare, come un graffio presto rimarginato. Lego al collo la maglia con la bandiera dipinta della Palestina, a coprirmi le spalle. Il nodo mi dà un senso di permanenza. Procediamo lenti, contrapponendo la saggezza dei movimenti delle mandre all’euforia verde di risate di fuoco giovane e sicuro per tutta la mattinata.

Siamo quasi in corrispondenza della Stazione Centrale, sotto il sole che agli occhi si fa sempre più bianco, quando comincio a notare i primi cedimenti: c’è una ragazza che barcolla accanto a me e che riesco ad afferrare evitando che cada e che, per questo, esplode di gioia meravigliata e riconoscente. Dice che ha bevuto troppo. Ma penso che anche quell’alcool sia il segno di qualcosa. Con la sua gratitudine mi allontano dal corteo che ha terminato il suo corso. Vado verso la fermata degli autobus, ma dopo pochi passi mi fermo: l’enorme dispiego di agenti cattura la mia attenzione. Osservo le auto poste a barriera, contro il corteo, a segnalare che lì finisce il giro, di fronte alla stazione. Il disprezzo che irradiano forma un cancello di fumo bigio che si oppone alla gioia di fronte, quella che esplode alla fine di una marcia fatta di lucciole gialle e di corpi colorati e per questo, imperdonabili da coloro che, mal tollerando la propria complessità variopinta, biasimano quella altrui. I volti di chi vigila, che vogliono fare paura attraverso le loro barbe deformi, pieni di occhiali neri, si legano a braccia come croci di Sant’Andrea schierate di fronte alle auto blu. Penso a Carlo Giuliani. 

Il 2001 l’ho sentito raccontare da giornalisti e testimoni. Foto, video e voci riaffiorano chiare nella mia mente. Giuliani col volto ricoperto di sangue in Piazza Alimonda, a Genova, la città che ospitò il vertice del G8 – il gruppo all’epoca formato dagli otto governi nazionali di Italia, Francia, Germania, Canada, Giappone, Regno Unito, Usa e dai rappresentanti dell’Unione Europea – tra le giornate del 19 e del 22 luglio di quel 2001 di cui si fa fatica a parlare. Il suo corpo a terra, dopo essere stato sparato in pieno viso, sotto lo zigomo sinistro, dal carabiniere Mario Placanica dall’interno di un fuoristrada che ha poi calpestato il suo corpo due volte, prima in retromarcia, poi riprendendo la marcia in avanti nel pomeriggio del 20 luglio. Le foto di quei ventimila manifestanti in quella giornata, quelle dei trecentomila nella seguente, dopo la diffusione delle foto del corpo inerme di Giuliani. Le immagini delle cariche dei carabinieri in via Tolemaide – avvenute poco prima della tragedia in piazza Alimonda – delle quali una sentenza del 2007 ha poi sancito l’illegittimità e l’illegalità. Le immagini dei veicoli blindati che avanzano contro i manifestanti e le Tute Bianche, i militanti di quel movimento di estrema sinistra che fu attivo dal 1998 al 2001.

Il gas CS scagliato sulla folla. I video dei pacifisti della Rete Lilliput, con le mani dipinte di bianco, colpiti dagli agenti in piazza Manin. Alcune testimonianze e dichiarazioni processuali conseguenti ai fatti di Genova, tra cui quella dell’allora Capitano dei Carabinieri Antonio Bruno che, con voce tremolante, non sa ben spiegare al giudice, di fronte alle immagini mostrate in tribunale, che cosa ci facessero delle mazze di ferro in mano a dei carabinieri. Ripenso a come, nonostante le numerose telefonate alla centrale operativa di polizia dei cittadini genovesi allarmati dal caos e dalla devastazione causata in strada dai black bloc – il gruppo di anarchici e di individui legati all’estrema destra che compiva azioni violente contro i simboli del potere economico, come le banche – e, nonostante la polizia sapesse dal giorno prima dove avrebbe agito il blocco nero, questo abbia comunque potuto vandalizzare la città indisturbato per ben due ore prima dell’intervento degli agenti. E ricordo che, ancora oggi, non sia stata data una risposta a questo ritardo.

La mia generazione è venuta al mondo all’alba di quel dopo, del dopo Genova. Quelle proteste sono state di una portata tale – “Voi G8, noi sei miliardi” era lo slogan delle piazze dell’epoca – da restare nella storia e nella mente come una linea di demarcazione tra un prima e un dopo. Avevano la potenza e l’intenzione adatta a mettere in dubbio l’avanzata del nuovo ordine mondiale della globalizzazione liberista che ci ha poi dato l’illusione dell’accoglienza tramite la sua offerta, tramite la sua dimensione di mercato, presentata come l’unica possibile. Senza un passato e senza un reale futuro. Noi di questa generazione, nati a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio del  duemila, non abbiamo la minima idea di cosa fosse il movimento no-global alla base delle manifestazioni terminate nell’estate del 2001 a Genova, culmine dei moti di Seattle degli anni precedenti; non abbiamo la minima idea di come, in tutto il mondo, migliaia e migliaia di persone abbiano cercato di arrestare l’alienazione e la disumanizzazione che ci pervade oggi, facendo del saggio No Logo di Naomi Klein il loro manifesto.

Non conosciamo il prima di questo corridoio di pareti bianche imbrattate da poster e cartelloni pubblicitari, così stranamente ordinati. Possiamo solo intuirlo dalle rughe delle generazioni precedenti. Non sappiamo chi fosse Carlo Giuliani, come è morto e perché. Forse abbiamo visto le due foto che lo ritraggono, quella precedente alla sua uccisione, nell’atto di sollevare un estintore subito prima lanciato da un altro manifestante, e quella in cui è riverso a terra dopo essere stato investito, già morto. Possiamo leggere il suo nome sui muri delle strade, ancora oggi, ma non abbiamo idea di cosa cercasse di fermare. Non sappiamo dare un nome all’insensatezza odierna, alle difficoltà della comunicazione, al dolore che ogni generazione, da allora, si porta dentro senza saperlo esprimere a parole, senza saperne individuare l’origine. Ne porta i segni, penso, i tagli, ma non li sa leggere. 

L’impazienza degli agenti che attendono lo scioglimento del corteo si fa sempre più palpabile, irradiata dai loro sguardi minacciosi e insieme irrisori. Mi sembra che tutto ciò che si può comunemente considerare irrazionale, che le emozioni che non si riescono ad incastonare nelle parole giuste e che ci accomunano nella precaria condizione umana, stiano confluendo nella tragedia palestinese e ora nelle strade. Eppure, l’attardarsi dei manifestanti di fronte alle camionette della polizia rimanda a una realtà completa. Comunica un forte senso di consapevolezza. Un risveglio reale.

“Mersault capiva che la sua rivolta era l’unica cosa vera in lui, e che il resto era miseria e indulgenza.”

scriveva Camus, a proposito del protagonista del suo romanzo sulla morte felice, quando questo si trova nel suo momento di lucida consapevolezza, quello che lo porterà a cambiare radicalmente la sua vita, a compiere i gesti decisivi, quelli utili ad abbandonare definitivamente il suo lavoro alienante, la sua non vita, per il suo viaggio nella vita vera. La stessa lucida consapevolezza, penso, che spinge chi protesta a restare, a temporeggiare nonostante l’impazienza degli agenti. Credo non debba trattarsi, però, della stessa consapevolezza del 2001, anche se di questa, forse, ne condivide l’origine. Irrazionale, attiva, ricettiva. Quella in cui si annida anche tutto ciò che si è subito. I tagli mai trasformati in rivolta. O non abbastanza riscattati. Quelli che però, adesso, hanno cominciato a bruciare per il sangue del popolo palestinese. Arrivo all’autobus. Il sudore freddo sfida il calore del sole che attraversa i vetri e mi colpisce il viso e le braccia. Mi accorgo della forma che hanno le mie mani, lungo le ginocchia, illuminate dalla luce. Due bestie selvatiche sulle ginocchia, penso. Così le aveva definite Camus riferendosi a quelle di Mersault nel treno, in viaggio tra i paesaggi della Boemia, ormai nel pieno godimento della sua libertà.

Un’immagine, quella delle mani al sole, sulle ginocchia, come bestie, che aveva stazionato indisturbata nella mia mente per tornare consapevole solo ora. Mi rendo conto di quanto possano diventare venose le mie, di mani. Di quanto volume possono assumere, di quante diramazioni le attraversano. Vene, capillari, tendini che sembrano montagne. Il sangue non ha una forma. Assume la forma di qualcosa, penso. La forma delle vene o di ciò che è inferto. Perché il sangue non ha alcuna intenzione di apparire, si muove seguendo un percorso che no, non vuole cambiare. Non siamo noi a decidere come e con che ritmo deve attraversarci, darci consistenza. Forse per questo nel suo primo romanzo lo stesso Camus descrisse le mani di Mersault come vive di una volontà incontrollabile, di una volontà propria, e per questo, bestiale. Bestiale come la libertà che lo stesso Mersault ha conquistato. Ma le mie più che autonome mi appaiono veloci, più veloci di me. Le sento precedermi, come se avessero o sapessero qualcosa che io non ho ancora capito. Ma l’autobus mi distrae, la stanchezza e la fame mi riportano al torpore e al pensiero. Mi ricordo di come muore Mersault alla fine del romanzo. Heureuse, “felice”, dopo una lunga nuotata in mare.

Torno a casa. Le imbarcazioni dirette a Gaza sono sempre più vicine alla zona ad alto rischio.

“La Flotilla dovrebbe fermarsi”

scrive Giorgia Meloni sui suoi profili social. Il ministro degli esteri,  Antonio Tajani, si dice sollevato della reazione israeliana. L’abbordaggio in acque internazionali è illegale, ma la preoccupazione del ministro degli esteri riguarda evidentemente altro. Cosa rischiano gli attivisti diretti a Gaza? Come si può fermare uno Stato mortifero che compie indisturbato un genocidio? Si può davvero fermare? Ma per chi è partito alla rotta di Gaza il rischio volontario di perdere la vita o di comprometterla per sempre è una certezza più che una prudente considerazione.

Seguo gli spostamenti delle imbarcazioni della Flotilla. I sentimenti degli attivisti in mare mi sembrano oscillare tra la gioia e il dolore e l’immagine fisica delle barche mi dà un senso di fallimento necessario. Necessario al risveglio della coscienza. Ma il viaggio che compiono per mare ha come meta la Striscia di Gaza, terreno di morte violenta. Osservo i volti degli attivisti in diretta dalle imbarcazioni, come si confortano tra loro, i loro corpi e il loro danzare capace di andare ben oltre la necessitudo della coscienza del dopo, razionale. Mi sembrano saggi, coscienti. Sembrano sapere qualcosa di cui gli stessi attivisti non sono ancora consci, ma che, in effetti, li guida. 

Il tracker globale della flottiglia sumud segnala che la nave Mikeno ha superato il blocco navale israeliano ed è vicinissima a Gaza.

“Vi giuro, signori, che l’esser troppo consapevoli è una malattia, un’autentica, assoluta malattia”

scriveva Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo ([1864] 2014). Forse a voler dire che ciò che troppo sommariamente e superficialmente consideriamo “irrazionale” ha di per sé una consapevolezza, una saggezza, un sapere al quale noi arriviamo solo dopo, solo secondi, con la nostra ratio. Secondi al suo registrare, al suo essere perennemente presente e diramato nel nostro corpo. Tutte le navi della Flotilla vengono intercettate, tutto l’equipaggio arrestato.Torno all’immagine delle mani, bestie selvatiche sulle ginocchia, a come nell’autobus avevano aumentato pazientemente il loro volume, assecondando la pressione del sangue, gestito la temperatura dell’agitazione. Avevano lavorato nella turba, sollevato bandiere e abbracciato, asciugato il sudore. Ascolto le dichiarazioni degli attivisti che sono tornati dopo due notti in cella. La kefiah che indossano al collo, mi riporta, per qualche motivo, al concetto di anima suddivisa in più parti, quello postulato dal filosofo di Stagira nell’Etica Nicomachea, secondo cui la parte irrazionale dell’anima, quella che può partecipare di quella razionale, possedere, anch’essa, una sua virtù. Secondo cui, non solo il corpo, ma ogni parte di esso possiede una propria virtù. 

Mi chiedo allora quali siano le virtù del corpo, delle mani, delle gambe. L’afferrare, il camminare, certamente, ma è l’origine adattiva di queste funzioni che mi stupisce e che mi ritrovo a considerare. Una percezione che richiede un tuffo irrazionale, una ricerca di connessione antica possibile forse solo attraverso l’esercizio del sentire, del sentire di esistere e non solo del pensare di esistere. Attraverso l’allenamento di ciò che va al di là del pensiero e che porta a una partecipazione non della parte irrazionale di quella razionale, come ritenne Aristotele, ma, al contrario, penso, di quella razionale di quella irrazionale. Perché, ho compreso, è la ragione ad arrivare seconda. Seconda a quella virtù autonoma e bestiale, seconda a quell’abisso apparentemente intelligibile. È a partecipazione avvenuta, nel dopo che si comprendono appieno anche quegli atti “folli”, quelle scelte “rischiose” che spesso, in cuor nostro –come capita di dire affidando al cuore la responsabilità di tutto ciò che appare illogico – sappiamo essere giuste. E rispettose dei nostri valori personali e di quegli altri pochi valori che possiamo ritenere generalmente condivisi: umanità, un certo senso di giustizia e resistenza. 

Quando l’anima compartecipa di tutte le sue parti, nel momento della traduzione di ciò che è già avvenuto, bruciati nel tempo accaduto, allora, solo allora giungiamo a una comprensione e coscienza di senso. All’integrità. Al sentirci paghi di aver assolto e rispettato i nostri valori e tutte le nostre virtù. E anche se, forse, i manifestanti, con la loro agitazione generale, non hanno ancora compiuto i grandi gestes décisifs, hanno però cominciato a fare chiarezza e permesso di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ciò che è fazioso e falso da ciò che è vero e sentito e così intrapreso la strada che porta alla maturazione di una compiuta coscienza politica.

“Puoi non vedere ancora nulla in superficie, ma sottoterra il fuoco già divampa.”

scriveva Klein, citando Y.B. Mangunwijaya, nell’esergo del suo No Logo. E io, nell’integrità di tutta la mia coscienza e con la compiuta reminiscenza delle pagine di Camus, dei suoi veri e verissimi tagli, maieutica di queste giornate di fuoco, di protesta, comprendo, infine, che la morte, quella naturale, con la sua sanzione, sarà la sola e l’unica a rendere consapevole ogni apparente razionalità, ogni discorso suprematista, ogni soldato criminale, ogni comando di morte, ogni apparente lucida coscienza. 

Anche quella di chi, nell’illusione della censura della propria condizione umana, pensa di sfuggire alla partecipazione del proprio corpo alla violenza inferta, all’uccisione, all’abuso. A quel disumano che la carne non sa dimenticare. E anche se mentre concludo queste pagine a testimonianza di questi giorni tumultuosi, mentre si parla della strategicità della tregua raggiunta e si cercano i corpi tra le macerie in ciò che resta della terra palestinese, questa speranza di giustizia affidata alla stessa morte mi sembra una magra, seppur lapidaria, consolazione, non posso sfuggire, non all’impotenza di questa stessa speranza, ma alla granitica e rocciosa coscienza che mi permette finalmente di vedere, riconoscere la stessa morte non solo come sanzione, ma anche come unica e vera protezione. Protezione di quei corpi in piazza. Di quei corpi in mare. Dell’irrazionalità di Mersault, di quella di tutte le voci che continueranno a levarsi nella ritrovata coscienza del coraggio.

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  • Articolo di: Monica Nicoletti
  • Correzione bozze, impaginazione e SEO editing: Alessio Urgese