A dispetto della proposta aristotelica, nel mondo di oggi domina il pathos. Questa attenzione morbosa per la sensibilità danneggia la cultura e, quindi, l’essere umano. Fenomeno figlio di questo sguardo è quell’astio nei confronti di monumenti, rappresentanti di fatti storici e culturali umani. Per evitare una polarizzazione culturale, occorre rimettere in discussione il nostro rapporto con la cultura, illuminando in modo diverso il ruolo dei monumenti.
Il ruolo della cultura per l’essere umano
Il quadro aristotelico
Una peculiarità dell’essere umano è quella di poter rimettere in discussione il contesto sociale in cui vive: in quanto prodotto delle sue azioni, dirette o indirette, risulta lecito che egli possa riqualificarlo e metterne in luce aspetti diverse tramite nuove prospettive. Di fatto, è proprio così che la cultura si comporta: partendo da alcuni aspetti del passato che hanno plasmato la società, è possibile proporre qualcosa di innovativo e che lasci il segno per l’indomani. In questo quadro, l’etica aristotelica può fornirci sostegno.
Secondo il filosofo greco, per favorire una società migliore, gli esseri umani devono ambire a una medietà delle varie posizioni. Proprio perché ciascuno partecipa nel terreno sociale con le sue opinioni, si deve poter arrivare a un compromesso comune entro cui ci sia un buon rapporto tra piaceri e sofferenze.
Nulla è perfettamente soddisfacibile sempre e ovunque, ma ciò non toglie la nostra responsabilità nel provarci: anche il minimo guadagno può nascondere un immenso beneficio.
Non si ricerca più un confronto con il passato; piuttosto, si cerca di ridurre i suoi grandi protagonisti a quegli attributi che conosciamo.
La disfatta di Aristotele
A differenza di questa medietà, tuttavia, al giorno d’oggi si registra sempre di più un fenomeno opposto: varie opere di illustri del passato vengono eliminate perché ‘urtano la sensibilità‘ di un gruppo di individui. Il pathos, tenuto lontano dallo Stagirita in quanto pericoloso, vince sulla ragione: se qualcosa mi coinvolge emotivamente, il mio punto di vista è giusto e merita di essere soddisfatto.
Tutto ciò comporta conseguenze entro il contesto sociale. Gli individui tendono a partecipare meno alla comunicazione, ognuno viene ricondotto ad attributi singoli che, dalla loro astrattezza, diventano la cosa più concreta in assoluto. Non si ricerca più un confronto con il passato; piuttosto, si cerca di ridurre i suoi grandi protagonisti a quegli attributi che conosciamo.
La tendenza comune è vedere come, dato che al tempo tutto era in mano a uomini bianchi ed etero, inevitabilmente il loro punto di vista risente di questo e quindi deve essere cancellato. Siamo davanti al fenomeno della cancel culture: eliminare ciò che irrita la sensibilità di quei gruppi che sono stati marginalizzati per secoli.
Il rapporto tra storia e individui
Le colpe della storia?
La storia può essere scomposta in diverse fasi che vedono necessariamente un punto di vista dominante all’interno della società. Per lunghi secoli la cultura e il potere sono stati in mano ad uomini bianchi europei, ma imputare questo a una sistematicità è un errore: non era una visuale imposta da qualcuno, ma era una normalità verso cui ci si sentiva a proprio agio, senza bisogno di metterla a repentaglio.
Certamente non avevano ragione nel comportarsi in un certo modo, ma questo non comporta necessariamente che i loro prodotti fossero figli di patriarcalismo e colonizzazione. Accusarli di misoginia e razzismo e quindi scartarli perché indegni di una società più aperta e più attenta a una eterogeneità di voci è un errore. Al contrario, far proprio il loro punto di vista per poter andare oltre e usarlo ‘contro’ lo stesso autore, può davvero portare a dei passi in avanti.
Damnatio memoriae
Fenomeni di censura si sono visti anche nel passato: nell’Impero Romano vigeva la damnatio memoriae contro quegli individui (specialmente imperatori) che in vita si erano comportati in modo poco consono e dannoso per l’impero. A seguito della condanna e della morte del soggetto, ogni documento e ogni cosa che gli potesse essere collegata veniva distrutta.
Quello che però fa davvero la differenza in una ricostruzione storica, sono quei pochi documenti che riuscirono a fuggire dal macero, in quanto permettono di dare un resoconto più omogeneo e completo. La damnatio memoriae danneggia la civiltà stessa: i vuoti lasciati dalle censure hanno solo la pretesa di creare una falsa immagine perfetta di una realtà che non è mai stata tale.
Il ruolo dei monumenti
La riscossa contro gli ‘scomodi’ – e la conseguente ribalta della cancel culture, si manifesta soprattutto riguardo le statue. Venendo collocate in spazi pubblici, materializzano i fatti tramite un ‘io eroico’ che si staglia sopra una moltitudine piatta del ‘noi’. Simboleggiando un passato fisso che parla a un presente in continuo divenire, grazie alla loro imponenza dominano indiscusse. Non è un caso che ritraggono individui che hanno segnato un evento rilevante per quella città, paese o società in generale.
Il basamento sotto inchiesta
Compito fondamentale per innalzare la statua è svolto dal basamento: questo costruisce attorno uno spazio sacro che permette di raccontare e di celare altri fatti. Evidenzia senz’altro l’importanza della figura, ma la sua ombra nasconde il non-detto, che porta sempre con sé. Il non-detto riguarda quegli episodi scomodi che una volta giunti alla luce del sole sono frutto di tensioni. Queste tensioni si concentrano sulla materialità della statua, tra coloro che vogliono rimuoverla e coloro che vogliono preservarla a tutti i costi.
La stessa cultura diventa un’arma. Nessuna delle due posizioni, però, è salda.
Se la statua viene abbattuta, il suo basamento permane a simboleggiare quel vuoto figlio della damnatio memoriae, una rottura con la nostra storia che rimane incolmabile. Se invece si opta per la sua strenua difesa cadiamo in un altro errore: la fissità morbosa non è tratto umano né tantomeno della cultura. Quale può essere, allora, la soluzione?
La cultura è viva ed esiste in mezzo a noi; nostra responsabilità è capire come afferrarla per farci i conti.
Una prospettiva diversa
Il vicolo cieco si crea nel momento in cui ci si concentra sul basamento come fisico, ma è possibile considerarlo anche sotto una luce diversa: come un aspetto metaforico.
Una via di fuga allora viene offerta con questo cambio di prospettiva, dato che si può concentrare non tanto sul monumento in sé ma sulla sua “monumentocrazia”, quell’alone che lo circonda e che lo rende quel che è. In questi termini, è possibile eliminare quello stacco tra l’io eroico’ e il ‘noi’ per rimettere in discussione ogni aspetto di quell’io. Ecco che ritorna una partecipazione collettiva delle eterogeneità affinché si usi la cultura come terreno di contatto, non come divisione. Non si tratta di attaccare o difendere la storia, quanto piuttosto favorire una “ri-simbolizzazione” di certi fatti.
Assume centralità non solo l’uomo come attore, ma anche come scultura: produce fatti, ma quegli stessi modellano l’uomo a loro volta. Quegli stessi monumenti possono essere posti eternamente nel presente, in comunicazione con noi, modellandoli e vendendo modellati a nostra volta. La cultura è viva ed esiste in mezzo a noi; nostra responsabilità è capire come afferrarla per farci i conti.
Bibliografia
[1] A. Deneault, Costumi. Dalla sinistra cannibale alla destra vandalica.
[2] L. Parola, Giù i monumenti? Una questione aperta.
