Una faccia per le facce che incontri – intervista a Michele Mezzanotte, psicoterapeuta e divulgatore

Michele Mezzanotte dialoga con Requiem Pamphlet dando vita ad un’intervista non canonica capace di fare dell’alta sensibilità uno strumento concreto per la comprensione di sé e degli altri, un dono sempre più necessario nell’odierna e dilagante disumanizzazione collettiva.

Una faccia per le facce che incontri

“E di sicuro ci sarà tempo, ci sarà tempo per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri”, scriveva Thomas S. Eliot nel celebre poemetto Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock. Un verso, questo, che ho sentito pronunciare per la prima volta nel torpore dei primi accenni di un’estate ormai lontana, tra il gioco di luci e di ombre mediato della tapparella forata del salotto di casa, da Enzo Jannacci nei panni del senex Armando nel film La bellezza del somaro che scorreva veloce in tv. Quella battuta, quel verso, mi colpirono così tanto che non troppo tempo dopo riuscii ad imporre la visione dell’intero film di Castellitto anche ai miei compagni di classe, in uno di quegli ultimi giorni di scuola soporosi in cui tutto, o quasi, era lecito. 

A distanza di anni da quel pomeriggio e da quegli ultimi giorni di scuola, Armando, quella frase, mi tornano in mente come una mosca che riesce stranamente a non essere fastidiosa nel bianco estivo, quando non facciamo niente sotto il sole e vogliamo continuare a non fare niente, mentre ascolto dal vivo, a Noci, Michele Mezzanotte, psicologo e psicoterapeuta, autore di diversi libri sulla psicologia perché questa “deve e può uscire dalla stanza d’analisi, deve e può arrivare a tutti”. Non ho scelto io di essere così, è questo il titolo del suo ultimo libro che parla in modo innovativo, ‘pratico’, di ‘Persone Altamente Sensibili’ (P.A.S.). Quest’ultimo, infatti, si propone di costituire un valido strumento con cui provare a rendere una caratteristica difficile come l’alta sensibilità, un dono funzionale alla vita di chi la riconosce in sé come tratto caratteriale principale, soprattutto quando questo è vissuta ancora come limite, confine, esclusione da un mondo ordinato, incasellante, manipolatorio, intollerante alla profondità, alla verità, al silenzio.

E di sicuro ci sarà tempo, ci sarà tempo per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri”

Quella serata è stata per me rivelatoria, non perché fossi particolarmente attenta o perché qualcosa detta tra lo “psy” e l’intervistatore avesse in me “risuonato” – per riprendere un’espressione spesso utilizzata da Mezzanotte nei suoi contributi online –, ma perché la sensazione di percepire la mia identità attraverso gli occhi degli altri, attraverso quelli dello psicologo, quelli delle persone sedute in piazza per parlare e ascoltare parole circa un modo di essere spesso incompreso, anche attraverso quelli di chi non ho visto, di chi non mi ha potuta vedere, era più netta del solito. Era più forte, più vera. Volevo infatti parlare di persone altamente sensibili, dare spazio a questo tema, trovare conferma o smentita dell’idea che mi ero fatta dell’alta sensibilità, della principale funzione che mi sembrava assolvere che io stessa sentivo di sperimentare. Così, già l’essere lì, e ascoltare parole dedicate al modo di vivere altamente sensibile, mi sembrava offrire un raro e gratificante senso di riconoscimento. Ma quel libro mi aveva lasciato anche diversi dubbi. Così, alla fine di quella serata, chiedo un’intervista allo psicologo senza stupirmi di come, mentre gli parlo, le parole fuoriescono da sole, come se le avessi pronunciate già molto tempo prima.

L’interrogativo da cui scelgo di partire quando ci vediamo, nasce da quella che mi sembra essere la principale attitudine delle persone altamente sensibili, un filo rosso invisibile che le accomuna nel funzionamento, al di là delle diverse sensibilità ai suoni, agli odori, alle emozioni e ai peculiari modi di muoversi nel mondo che inevitabilmente le differenziano. Mi sembra, infatti, che rispetto a chi non condivide questo modo di essere, l’esigenza di realtà e verità, soprattutto nelle relazioni, sia più pressante, più radicale, più necessaria. Non a caso, infatti, in tutte e quattro le principali tipologie di alta sensibilità – sensibilità di terra, di acqua, aria e fuoco – che Michele Mezzanotte distingue nel suo libro, questa necessità sembra emergere chiaramente. Questa suddivisione in quattro macrocategorie si basa, come spiega lo psicologo nel suo libro, sulla sua esperienza d’analisi, e valorizza i diversi modi di sentire e le diverse esigenze delle persone altamente sensibili, sì da non ridurre un funzionamento psichico ad un concetto generale di sensibilità incapace di svincolarsi da interpretazioni riduttive e spesso sminuenti. Mezzanotte, dunque, definisce, in quattro capitoli rispettivamente dedicati a ognuno di questi diversi modi di “sentire”, quella di terra come “la forma più antica di sensibilità umana”, in grado di fare dello ‘spazio del corpo’ il primo terreno conoscitivo che permette di scegliere, avvertire, comprendere tramite il filtro delle sensazioni, di cogliere “ciò che è concreto, reale, immediato”; quella di acqua, oceano di emozioni, come capace di muoversi nel mondo con “profondità emotiva” e con un’alta “capacità trasformativa” che permette spesso a chi la sperimenta di percepire prima degli altri quando qualcosa nelle relazioni si rompe, quando qualcosa è simulato; quella di aria, vale a dire quella del pensiero che “non si spegne mai”, in cui il pensare “non è l’opposto del sentire” – contrariamente a quanto generalmente si crede –, ma “un modo di sentire” che “non tollera il vuoto”, come particolarmente predisposta a “coglie le contraddizioni”, le falsità strutturali di emozioni, contesti, concetti; e quella di fuoco, come quella che più di tutte “sente prima, vede prima, intuisce prima”, che “brucia ciò che è falso per lasciare spazio a ciò che è vero.”

Questa classificazione innovativa si aggiunge – è bene sottolinearlo – al grande lavoro della psicologa Elaine Aron, che per prima ha individuato e studiato l’alta sensibilità e il suo funzionamento, e a cui si deve, oltre alle molteplici pubblicazioni sul tema, l’acronimo, appunto, P.A.S. (Persone Altamente Sensibili). Un lavoro, quello della psicologa Aron, che aveva già in parte influenzato la mia convinzione secondo cui ‘l’esigenza di verità’, assieme alla capacità di riconoscerla, fossero il fulcro principale di questo modo di essere, e ne rappresentassero una vera e propria virtù, oltre che un’esigenza spesso difficile da concretizzare. Riconoscere la ‘verità’ nelle relazioni, distinguerla dalle maschere, rilevare il ‘vero’ relazionale concreto, quello appartenente alla dimensione concettuale e reale di ciò che tende a permanere, separarlo quindi da ciò che invece tende alla dissoluzione tipica delle cose false, delle intenzioni false, delle emozioni false, della cera teatrale di facce di cera che si sciolgono al sole, non può che essere, però, una virtù scomoda, sia per chi la vive, sia per il funzionamento sociale odierno basato su barcollanti formalità celanti.

Cincinnatus come persona altamente sensibile

Per questo, chiedo allo psicologo Michele Mezzanotte se sia effettivamente questo il centro, la capacità principale dell’alta sensibilità, e se il suo libro esplori consciamente questa dimensione dicotomica, o se quello che mi sembra un filo, una propensione comune di tutte e quattro le tipologie di sensibilità, possa emergere solo come conseguenza di un funzionamento a sé, con cause e patterns di diversa origine. Mi soffermo, in particolare, sul capitolo del suo libro dal titolo Abitare la propria sensibilità, sull’immagine del personaggio Cincinnatus nel finale di Invito a una decapitazione di Nabokov evocata da Mezzanotte, in cui Cincinnatus, come spesso accade a chi convive con l’alta sensibilità, si ritrova solo di fronte al disfacimento delle emozioni non vere, delle maschere, solo con la propria verità irrinunciabile. Pongo il focus su un passaggio di quel capitolo, quello che più di tutti mi era sembrato aderire al mio interrogativo: “Cincinnatus non viene decapitato. Non perché qualcuno lo salvi, non perché il sistema si redima, ma perché il mondo intorno a lui semplicemente si dissolve. Le quinte cadono, le figure si sfilacciano, la scena perde consistenza. Ciò che sembrava solito, era teatro. Ciò che sembrava reale, era fragile. Cincinnatus resta in piedi, solo, ma per la prima volta non è più prigioniero. […] È qui che la solitudine cambia natura. Non è più l’essere lasciati fuori, ma l’uscire volontariamente da ciò che non è vero.”

“È un gioco bello, sano”, dice subito Mezzanotte, “quello di prendere, leggere, assimilare, nutrirsi dei libri e poi rilasciare il tutto, gettarli via. C’è questo intento anche in questo libro, così come negli altri che scrivo.”

“Le quinte cadono, le figure si sfilacciano, la scena perde consistenza. Ciò che sembrava solido, era teatro. Ciò che sembrava reale era fragile.”

Da queste prime parole dello psicologo capisco subito che non sarà un’intervista semplice: ci muoviamo in due direzioni diverse. Io seguo il filo del processo conoscitivo e concettuale che parte da un dubbio, una domanda, Mezzanotte quello “d’origine”, quello che semplifica le domande cercandone in qualche modo la causa prima, l’origine, appunto. Per ciò insisto, incalzo con l’interrogativo che avevo proposto. Gli chiedo se si possa parlare di ‘oggettività di verità nelle relazioni’, se esiste in qualche modo una ‘verità relazionale oggettiva’.

“No”, risponde. “È temporanea. L’oggettività della verità relazionale è temporanea, semplicemente. Nel momento in cui qualcosa ci serve, è vero. Quando non serve più, non è più vero.”

Relativizza, penso. Esiste un quid vero nelle relazioni legato al tempo, al tempo in cui qualcosa della relazione ci serve e calza con il momento del percorso di vita che stiamo seguendo. Ma questo modo di intendere le cose, di leggerle, ridimensiona, risemantizza, relativizza la domanda, come privandola della ‘direzione assolutistica’ su cui si muove. Il mio interrogativo assume un valore semplice sul piano relazionale, chiaro, appunto, relativo, temporaneo, penso. Un valore che però mi fa dubitare della complessità della seconda domanda e del mio approccio alla questione. Procedo ugualmente.

Il secondo interrogativo riguarda la sensibilità d’acqua, nello specifico, perché sento di vivere a pieno quella dimensione che abita la “profondità emotiva” e la “capacità di trasformazione”, di poterne parlare con più consapevolezza. In particolare, gli sottopongo il mito Arianna, quello che nel libro Mezzanotte associa eziologicamente proprio al funzionamento di quel tipo di sensibilità. Per lo psicologo, infatti, la sensibilità d’acqua, la sua dimensione emotiva “permeabile”, non rappresenta “un problema da gestire, ma una medicina”, soprattutto dal punto di vista sociale, poiché predisposta ai legami, a tenere fili tra le persone abbastanza forti “da tenerle unite”, abbastanza flessibili “da non soffocarle”, a leggere le emozioni dell’altro, quando, però, questa riesce ad essere usata come dono, strumento funzionale e ad emanciparsi dalla condizione di ‘complesso’. Da quello che Mezzanotte definisce “complesso di Arianna”, un groviglio emotivo deleterio che imprigiona chi vive quella sensibilità convivendo quell’ eccesso di empatia che diventa una trappola, in cui il labirinto diventa disorientamento e perdizione completa nelle emozioni dell’altro, in cui il filo “esiste ma non viene usato” per scegliere, agire il labirinto.

Le sensibilità d’acqua

Ma la mia domanda non si basa sul vero e proprio “complesso di Arianna”, ma sul “dono di Arianna” associato al destino di Cincinnatus: immagino una dinamica in cui, anche chi crede di gestire il proprio funzionamento sensibile come dono, si ritrova a custodire un filo falso, si scopre Cincinnatus alla fine del labirinto emotivo, scopre che quel filo è stato ‘falsificato’ oltre che tradito da Teseo. Cerco di comprendere come, il daimon della solitudine che sembra accompagnare le persone altamente sensibili, calzi su questo tipo di sensibilità, mi chiedo come possa restare, in senso sociale, ancora un dono, e non una “condanna”.

“Questo è un esercizio molto complicato. Io non penso che Arianna possa avere un’altra storia se non quella del labirinto. Se Arianna esce dal labirinto, non è più Arianna. La sua identità è essere Arianna. Se una persona è sensibile e cerca di curare la propria sensibilità, perde sé stessa. Ad oggi sembra che sia tutto possibile, ma non è tutto possibile. Se vogliamo aderire alla nostra identità, non possiamo pensare che sia tutto possibile. Se si nasce Arianna, bisogna aderire completamente all’essere Arianna. È necessario aderire al proprio modo di essere. Provare ad andare oltre, provare a storpiarsi, a cambiarsi, a curare il non curabile, significa perdere sé stessi.”

Ancora, gli ripropongo la domanda. Gli chiedo come può, chi sperimento l’alta sensibilità, mantenere viva la pulsione collettiva, mantenere “fili tra le persone”, non perdere il senso collettivo del proprio dono e la fiducia nel mondo esterno, sempre più radicalizzato nella manipolazione e nella finzione, in cui il ‘sentire molto’, il percepire, pensare, intuire fortemente è considerato socialmente insostenibile, di troppo, ingestibile, sacrificabile in nome delle convenzioni sociali. “La questione è semplice”, dice Mezzanotte. “Stare bene significa pensare alla collettività, è inevitabile. Ad esempio, vivere in una famiglia disfunzionale implica amare sé stessi, andare via, allontanarsi dalla disfunzionalità. Vivere una relazione violenta ci deve portare ad andare via, denunciare per raggiungere una condizione di benessere. Il valore comune è indispensabile. Non ci si può curare solo pensando a sé stessi, la pulsione deve essere collettiva. Non posso smettere, ad esempio, di essere ansioso se il contesto in cui vivo è dettato da una società basata sul controllo. Non si può fare. Devo pensare che ogni sintomo dipende dal dentro e dal fuori, da noi e dagli altri. Per stare bene non basta curare sé stessi, ma anche gli altri.”

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Michele Mezzanotte a teatro con il suo spettacolo Chiedi allo Psy/Facebook

Eppure, è lampante come uno dei dettami più in voga tra gli psicologi, soprattutto quelli che si dedicano alla divulgazione online, promuova il culto dello stare bene nonostante tutto, dell’individualità, e che attribuisca al funzionamento psichico un ruolo ‘autonomo’, indipendente rispetto alla collettività, alla politica. Chiedo quindi allo psicoterapeuta Mezzanotte cosa pensa di questo modo di fare psicologia e delle forti critiche che, soprattutto sui social, gli psicologi si rivolgono tra loro basando le loro diatribe proprio sulla mancanza di pulsione politica e collettiva in campo psicologico. “La psicologia è sempre stata legata alla politica in realtà, anche se ha subito molte operazioni di censura, già a partire da Freud e da Jung, ad esempio, che analizzavano Hitler, Stalin” dice. “La psicologia è strettamente legata al mondo politico, perché è indispensabile. Una politica senza psicologia, è una politica che distrugge l’essere umano. Le politiche ignoranti della psicologia non sono ottime, non è una questione di schieramento. Il focus della politica oggi dovrebbe essere l’essere umano, da tutti i punti di vista”. Mezzanotte mi spiega che, dal suo punto di vista, è probabile che il fenomeno degli “psicologi che si divorano tra loro”, nasca da una distorta interpretazione del Codice Deontologico Degli Psicologi Italiani che se da un lato vieta di influenzare il paziente in senso politico, dall’altra impone al terapeuta di fare psicologia in senso sociale, collettivo, anche critico nei confronti della politica, soprattutto quando questa è deleteria dal punto di vista della salute mentale. “Personalmente”, dice, “mi interessano gli psicologi che fanno politica, non quelli che non la fanno. Astenersi dal fare politica, significa non fare psicologia”, conclude.

Un’emozione incompresa: la rabbia

A questo punto, decido di focalizzare il dialogo su un’emozione in particolare: la rabbia. Prima su quella che sperimentabile nella sfera privata, poi su quella a cui il contesto sociale e politico può spingere facilmente. Decido di partire da un episodio di rabbia che proprio Michele Mezzanotte aveva personalmente vissuto e poi raccontato via social non troppo tempo prima dell’intervista. Ricordo, infatti, che lo psicologo aveva descritto nelle sue storie Instagram di essersi innervosito per il malfunzionamento di un pc e di averne distrutto lo schermo. Questo episodio mi aveva molto divertita, soprattutto perché sapevo che le critiche non avrebbero tardato ad arrivare da parte di chi demonizza non solo la rabbia, ma anche l’espressione di quest’ultima in nome di un politically correct impossibile e di un manierismo disumanizzante. “La rabbia è un’emozione preziosissima”, mi dice subito Mezzanotte. “Le emozioni non sono patologiche. Così come la tristezza è un’emozione, la rabbia lo è, solo che alcune emozioni sono considerate pericolose, distorte, perché manca un’educazione sociale alle emozioni. Sono le emozioni represse ad assumere col tempo forme mostruose. Anche la gioia, se repressa, può diventare mostruosa. Ogni emozione deve essere direzionata nel modo giusto. La rabbia, in particolare, è preziosissima, perché serve a mettere confini, contribuisce alla definizione della nostra identità. Vivere una rabbia sana significa comprendere bene che un oggetto si può rompere, un soggetto no. Spaccare un oggetto è legittimo, sempre inanimato si intende, ovviamente…”

La consapevolezza delle emozioni

Gli chiedo, allora, se si possa parlare di “consapevolezza delle emozioni”: “Certo, come no”, risponde. “Le emozioni le sentiamo, e quando le riconosciamo possiamo deciderle se usarle o meno. Pensiamo ancora alla rabbia e al suo valore: di fronte ad un episodio di violenza possiamo scegliere se usare quella rabbia intervenendo. È chiaro che la rabbia dovrebbe essere mirata a scongiurare quella violenza chiamando la polizia, ad esempio, e non certo ad implementarla. La rabbia non implica la mancanza di rispetto, anzi, il rispetto è contemplato in questa emozione. I due piani non vanno confusi. Ogni forma sana, emotiva di emozione rientra nell’ottica del rispetto dell’essere umano. Il confine tra rabbia e violenza è apparentemente sottile, ma ben definito.”

La vis e le relazioni

Eppure, c’è sempre un grado di invasione dell’altro, penso, c’è un inevitabile ferimento degli altri nel rivolgere fuori ciò che si ha dentro, nell’esprimere la propria vis, la forza delle proprie emozioni, la loro inevitabile pervasività: “O con amore, o con odio, ma sempre con violenza”. Penso a questa frase di Pavese, e la sottopongo allo psicologo assieme al concetto di vis.

“Il concetto di vis è un concetto bellissimo. Tutte le emozioni sono violente perché possiedono una forza che irrompe nel mondo. Dovremmo però riuscire a distaccarci dall’accezione negativa del concetto, anche se è un’operazione difficilissima. Sarebbe più facile trovare una parola nuova che ripulire una parola a livello culturale da un’accezione negativa come, d’altronde, spesso avviene. Ma è chiaro che l’irrompere può generare fastidio, invidia, ad esempio. Ma è giusto irrompere, trovare il proprio spazio, la propria identità, pur sempre nel rispetto degli altri.”

“Sei cattivo”

Ma parlare di vis mi fa pensare all’ultimo libro di Albert Camus sulla mia scrivania, L’esilio e il regno, che, infatti, prende il sopravvento sulla conversazione. C’è una frase di quel libro, in particolare, che ha fatto irruzione in me – come spesso accade con le parole dello scrittore francese – in modo decisivo e permanente. Ognuno di noi ne possiede alcune, lo scrive lo stesso Mezzanotte nel suo libro, ognuno di noi porta “tatuaggi permanenti” fatti di parole che abbiamo udito una volta, letto una volta, vissuto una volta. Sottopongo quella frase del libro di Camus a Michele Mezzanotte: “[…] come fai a diventare migliore se non sei cattivo”.

“Bella”, risponde. Provo a soffermarci, ma riflettere su questa forma di cattiveria, mi commuove, e non so spiegargli perché.

“Perché questa è una frase”, dice prontamente Mezzanotte, “che ripulisce dal moralismo, che ripulisce il significato che veicola dal moralismo. Spesso giudichiamo alcune persone cattive distorcendo in modo brutale, ignorante la bellezza che la parola cattivo possiede. Ogni parola ha la sua bellezza dentro. Dire a qualcuno sii cattivo, sii spietato, è stupendo. Spesso alcune persone sono cattive, ma non lo sono per niente. Alcune non riescono a vivere, a stare bene perché non riescono a essere cattive, non riescono a fare alcune scelte perché pensano di essere cattive. Non dicono un semplice no a qualcuno perché farlo per loro vuol dire essere cattivi, o perché si sentono cattivi nel dire quel no. Essere cattivi è una sorta di passaggio. Non siamo abituati a relativizzare le parole, ma ad assolutizzarle. Cattivo non è una parola sbagliata, così come non esistono comportamenti sbagliati. Per alcune persone è fondamentale pensare di essere cattive, salvo poi scoprire di non esserlo affatto. È un gioco di punti di vista molto sottile che in pochi possono capire.”

“come faccio a essere migliore se non sono cattivo”

Parlare di cattiveria mi fa venire in mente il concetto di ombra junghiano a cui Michele Mezzanotte si riferisce spesso. Gli chiedo quale possa essere il rischio dell’alta sensibilità, del fidarsi troppo o troppo poco della propria capacità di essere visceralmente connessi alla realtà. “L’ombra è tutto ciò che non vediamo. Ciò su cui non fa luce la nostra consapevolezza, è ombra. L’ombra c’è sempre. Dobbiamo proiettare l’ombra se siamo persone consapevoli. Proprio la consapevolezza ci permette di comprendere che c’è qualcosa che non vediamo. È un continuo girare, ripetere. L’equilibrio è semplicemente muoversi.”

Alle cose sognate e mai accadute, alle persone incontrate e mai conosciute

Formulo l’ultima domanda. Torno all’inizio del libro Non ho scelto io di essere così, alla frase che Mezzanotte ha posto nell’esergo: “Alle cose sognate e mai accadute, alle persone incontrate e mai conosciute”. Ricordavo che via social lo psicologo aveva definito quella frase “un momento d’accesso all’argomento sensibilità”: gli chiedo dunque che cosa sia la concretezza per una persona che avverte tanto, percepisce tanto, pensa tanto, sente tanto. Se sogni e incontri costituiscono nel mondo sensibile qualcosa di concreto anche se sfuggono alla realtà tangibile. “La concretezza è relativa alla sensibilità. L’emozione è molto concreta, una sensazione è molto concreta, un pensiero è molto concreto, l’intuizione è molto concreta. Ma sulla frase all’inizio del libro preferirei non esprimermi perché rappresenta qualcosa di molto personale. Però, magari, le dai un significato tu.”

“L’equilibrio è semplicemente muoversi”

Ci salutiamo. Subito dopo mi rendo conto che, alla fine, ha prevalso la sua direzione, quella d’origine. Risposte d’origine, risposte che semplificano, relativizzano. Decido di accogliere definitivamente quell’input: lascio il filo concettuale, la ricerca di schemi, accostamenti difficili, dubbi assoluti. Seguo quello d’origine, cerco di fare chiarezza su quella frase, sul funzionamento di quella sensibilità che certo, lo so, mi appartiene. Rinuncio all’esigenza di complessità. Semplifico. Una faccia per le facce che incontri, era questa la frase che aveva preso consistenza nella mia mente in piazza a Noci. Il film La bellezza del somaro, il senex Armando. Torno a quel momento, ma mi rendo conto che quel concetto ha già dato i suoi frutti, ha trovato le sue conferme nelle parole di Mezzanotte. Allora provo ad andare ancora più indietro, più alla radice di quella frase, di quel ricordo, finché mi rendo conto che l’asino, l’immagine di quell’animale ad avermi colpita più di tutto. Era quell’asino continuamente evocato nel film di Castellitto, sempre come intermezzo per le scene più assurde. Decido di volerne trovare uno: cerco un asino.

La caccia all’asino

Una domenica mattina siamo in tre a cercarlo: c’è sempre qualcuno che ci accompagna quando c’è qualcosa di apparentemente insensato da fare. L’agriturismo che scegliamo è completamente immerso negli ulivi. Appena arriviamo ci accoglie un signore di mezza età. Ha la pelle scottata dal sole e mastica qualcosa. Gli chiedo se può indicarci dove sono gli animali, l’asino in quell’immenso spazio nel verde della murgia. Ci guarda qualche secondo che ci sembra lunghissimo, poi porta lentamente entrambe le mani alle clavicole indicando sé stesso, come a dire sono io l’animale! Scoppiamo a ridere. Subito dopo aggiunge: “Andate, girate, siete liberi!”

Così, parte ufficialmente la caccia all’asino. Circumnavighiamo la struttura principale che è completamente ricoperta di edera. Sembra tutto nascosto, i tavoli, le sedie, gli attrezzi da lavoro. Percorriamo una viuzza stretta e ombrosa che delimita la struttura principale e che ad un certo punto sfocia di fronte ad alcuni recinti vuoti, ad un minuscolo cucciolo di cane maremmano immobile, un pony che scorrazza liberamente fuori dal box e ad uno stallone marrone trattenuto da una debole sbarra semiaperta. Poi, le indicazioni. Mucche e maiali a sinistra, daini e asini a destra. Andiamo a destra, dove ci attende un grande piazzale a forma di ferro di cavallo delimitato da lato a lato da una recinsione. Le teste dei daini non tardano a farsi riconoscere. Ma nessuna traccia dell’asino. Uno di noi scorge una capanna in pietra distante da quella dei daini. Ci avviciniamo. Non vediamo l’ingresso, solo una crepa, una fessura laterale. Mi sforzo di scorgere qualcosa da quella fessura finché non riconosco un orecchio: è un asino, è l’orecchio di un asino! Questa scoperta mi riempie di gioia. Quella crepa sembra fatta a posta, aderisce perfettamente ai contorni di quell’orecchio che si muove appena. Improvvisiamo versi animaleschi inverosimili per attirare la sua attenzione, ma nulla. L’asino non si fa vedere e resta nella capanna. E come capita nelle scene più romanzate di quei film sperduti nel palinsesto, proprio quando il sole diventa insopportabile e stiamo per andare via, i nostri ultimi schiamazzi vanno a segno: qualcosa si muove. Vediamo la prima testa d’asino. Poi la seconda, la terza. In poco tempo il terreno si riempie di asinelli. Erano tanti.

Mi soffermo sul primo che ho visto, il primo che ha deciso di uscire incuriosito dai nostri schiamazzi. Li rappresenta tutti, penso. Mi guarda come per chiedere qualcosa, probabilmente si aspetta del cibo. Ma non me ne curo. Lo osservo. Gli occhi. Nessuna innocenza tirannica. Il muso. Le narici e il respiro. Solo equilibrio. E le orecchie, enormi, lunghe. Portali per l’aldilà, penso, l’ho letto da qualche parte. Forse è per via di questa sproporzione tra le orecchie e tutto il resto del corpo che a volte l’asino sembra cattivo, infernale. Un animale di cui diffidare. Ma l’ombra di quelle orecchie è in effetti quasi più grande di tutto il resto del corpo. Forse perché di quelle orecchie l’asino ha più bisogno, per sentire, disperdere il calore. Quell’ombra la conosce da sempre, la sogna da sempre, penso, e non chiede il permesso. Segue l’asino, che lo voglia o no.

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  • Articolo: Monica Nicoletti
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