Alle statistiche del 2022, il numero di lettori in Italia (intendendo coloro che hanno letto libri non di carattere strettamente lavorativo o scolastico) rappresentava il 39,3% della popolazione totale della penisola, un dato nutrito paradossalmente dai più giovani, principalmente quelli compresi tra gli 11 e i 14 anni (il che è ironico: i giovani sono difatti spesso additati come declino culturale e produttivo del nostro paese).
Lo stato dell’arte
Ma la cultura del libro (il libro propriamente detto – fatto di carta e inchiostro) si sta lentamente perdendo nel mare dell’inevitabile digitalizzazione di qualsiasi settore della vita quotidiana, dalla cultura al lavoro sino all’apprendimento?
Il libro rappresenta un elemento reazionario legato a “civiltà ed ere precedenti” e, pertanto, assolutamente necessario da abolire per una conversione (o, per utilizzare in maniera un po’ goffa ma precisa un vocabolo tipicamente associato allo storico britannico Chris Wickham, una transizione) verso società più tecnologicamente evolute? Oppure rimane comunque una pietra miliare irremovibile della storia umana, invalicabile nel suo essere fondativo dell’umanità come la conosciamo oggi?
Una riflessione sui tempi moderni
Qualche giorno fa ho avuto un’interessante esperienza, tale da spingermi a una riflessione sul libro.
Chiacchierando con un gruppo di coetanei è venuta allo scoperto la difficoltà che molti riscontrano nel prendere in mano un libro e nel leggere per qualche minuto una qualsiasi opera, sia essa di saggistica, narrativa o poesia.
Questo, abbiamo argomentato, a causa soprattutto di una ridotta soglia di attenzione, fenomeno dovuto all’abitudine eminentemente giovanile di cadere nel meccanismo dello scorrimento dei video, un meccanismo alquanto nocivo per il nostro cervello. Lo scrolling, infatti, mina la nostra abilità di rimanere focalizzati per più tempo sulla medesima cosa, progetto, situazione o argomento.
Ora, a prescindere dalle posizioni che si possono avere su questo fenomeno, che fattualmente rappresenta un problema per l’uomo, ha senso partire e prendere la solita tangente dell’invettiva contro il mondo virtuale, la telefonia, il digitale ad nauseam?
Sicuramente questo fenomeno globale ha i suoi lati negativi, come la già soprammenzionata riduzione della soglia di attenzione. Tuttavia, credo che sia una grande mistificazione fare di tutta l’erba un fascio.
La digitalizzazione è stato un processo complesso: iniziato alla fine della Seconda guerra mondiale, le sue radici si possono rintracciare nel comparto bellico, primo fra tutti a investigare le varie applicazioni dei dispositivi telematici per scopi militari (basti anche solo pensare al GPS, sviluppato proprio nel 1973 come fondamentale strumento sia per rintracciare gli avversari nemici che per rilevare truppe alleate come anche potenziali ostacoli all’avanzata del proprio contingente, per poi essere rilasciato solo nel 1991 anche per uso civile sotto il nome di SPS o Standard Positioning System, meno preciso del sistema PPS/Precision Positioning System, adoperato dai militari statunitensi).
Da allora si è verificata la loro diffusione in qualunque ambito della vita quotidiana, cambiando e in alcuni casi addirittura sostituendo pratiche (la burocrazia è mutata radicalmente; oramai, dai bonifici alla prenotazione delle visite mediche, l’opzione digitale non è più un’alternativa, è anzi molto spesso l’unica soluzione), mestieri (ad esempio, per effettuare un mero versamento non è più necessario l’amichevole impiegato delle Poste) e abitudini. Ed è in quest’ultima categoria che ricade il nostro spinoso argomento di conversazione.
Parlando, innanzitutto, dei soli dati relativi alla lettura dei libri in Italia dalle indagini si evince che il 94%, quindi più di 9 persone su 10, ha letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi. L’86%, invece, ne ha acquistato almeno uno.
Della percentuale di lettori riportata all’inizio dell’articolo, «il 17,4% delle persone di 6 anni e più sono lettori “deboli” (leggono al massimo tre libri in un anno), il 15,4% lettori “medi” (tre-undici libri in un anno). Solo il 6,4% sono, infine, lettori “forti” (almeno dodici libri nell’ultimo anno)».
E in tutto questo, come colpisce la digitalizzazione? Secondo uno studio dell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori (AIE), gli italiani trascorrono in media quasi sei ore al giorno connessi a Internet. Un monte orario ingente, che molto probabilmente incide anche sulla volontà dei singoli di leggere libri cartacei (o libri digitali, seppur rappresentino la minoranza: difatti, secondo i dati Istat, solo il 15% degli utenti Internet utilizza la rete per accedere a libri in formato digitale) al posto di fare altre attività virtuali, volte a soddisfare la nostra “nuova mente” abituata a nutrirsi di contenuti rapidi, dinamici, veloci.
Un’evoluzione, quella del digitale, che non tange solo i libri, ma anche il settore nozionistico del giornalismo e della cronaca. Difatti, ad oggi, per la stragrande maggioranza degli italiani il digitale rappresenta la fonte mediatica primaria: il 90,1% degli italiani utilizza Internet, l’89,3% lo smartphone, l’86,1% i social network.
Tuttavia, non ritengo opportuno analizzare il fenomeno utilizzando il classico lato prospettico catastrofico all’italiana: l’evoluzione è intrinseca in noi, sia nella mera biologia (si pensi al darwinismo) che nella costruzione delle idee.
Il mondo non rimane mai indietro: per quanto siano belle le macchine d’assedio o le armi da taglio, credo che al giorno d’oggi l’arma più temuta sul campo sia un fucile d’assalto (escludendo il conflitto che si sta attualmente consumando lungo la cosiddetta Line of Actual Control, o LAC, nell’Himalaya tra Cina ed India).
Analogamente, i libri realizzati completamente a mano dai monaci cistercensi sono indubbiamente delle opere d’arte ma ad oggi, al netto di qualche artigiano, ritengo che la stampa sia estremamente dominante nella realizzazione e nella conseguente diffusione dei libri; parimenti, la cultura dell’abito fatto su misura era indubbiamente il vertice dell’eleganza sociale, tuttavia oggi la cultura del prêt-à-porter è ciò che prevale.
Si tratta semplicemente di cambiamento.
Non bisogna per forza piegarsi alla massificazione ideologica, basta unicamente sviluppare una flessibilità tale da permetterci di godere entrambe le alternative. Attenzione, però, a non spezzarsi cercando l’aurea mediocritas migliore.
Sitografia
- GPS
- Gli italiani leggono poco
- Quanti libri leggono gli italiani?
- ISTAT: lettura e accessi alle biblioteche
- Digitalizzazione
- Giornalismo online
Contributi
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- Articolo di: Leonardo Maggiotto
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