
Tra il 19 e il 22 gennaio 2026, il ciclone Harry ha colpito il Sud Italia, provocando ingenti danni infrastrutturali ma, secondo le prime ricostruzioni, nessuna vittima diretta. Un bilancio completo solo in apparenza, che richiede uno sguardo più ampio per essere compreso appieno.
L’evento
Venerdì 16 gennaio 2026 il servizio meteorologico spagnolo AEMET (Agencia Estatal de Meteorologia) attribuisce il nome Harry al ciclone extratropicale sviluppatosi tra la Penisola Iberica e il Nord Africa. Ha così inizio la genesi della tempesta che, nei giorni seguenti, causerà devastazione tra Sardegna, Calabria e Sicilia, regioni che stanno tuttora affrontando le difficoltà della ricostruzione dopo gli ingenti danni subiti.
Per comprendere a fondo le cause di quanto è accaduto, bisogna dapprima analizzare la ciclogenesi, ovvero il meccanismo di formazione dei cicloni extratropicali, strutture meteorologiche di larga scala, di cui fa parte il ciclone Harry.
Come il nome stesso suggerisce, i cicloni extratropicali nascono alle medie latitudini per effetto dell’instabilità baroclina.
L’instabilità baroclina si produce a causa della presenza di gradienti orizzontali di temperatura e perturbazioni alla circolazione atmosferica in quota.
Tali configurazioni introducono divergenza negli strati superiori dell’atmosfera la quale, per la conservazione della massa, indurrà la risalita di masse d’aria dai bassi strati e la formazione di una bassa pressione al suolo.
Il ciclone si evolve ruotando in senso antiorario attorno alla bassa pressione al suolo e generando una struttura frontale.
Il fronte freddo è caratterizzato dalla rapida avanzata di masse d’aria fredda che sollevano l’aria più calda che incontrano lungo il loro percorso, mentre il fronte caldo presenta masse d’aria più calde e umide che procedono più lentamente al di sopra dell’aria fredda.
Il ciclone continua a intensificarsi finché permangono contrasti termici significativi e la dinamica in quota favorisce l’approfondimento della bassa pressione al suolo.
Infine, nell’arco di qualche giorno, il fronte freddo raggiunge il fronte caldo: in questa fase, detta occlusione, il gradiente di temperatura diventa meno marcato e il ciclone comincia a indebolirsi per poi dissolversi.
Nel Mediterraneo, questi meccanismi possono intensificarsi a causa della presenza di un mare caldo che fornisce ulteriore umidità al sistema.
Alla luce di questi aspetti, è possibile analizzare le caratteristiche di Harry facendo uso prodotto satellitare “RGB Airmass”: si tratta di un’immagine composita RGB (Red, Green, Blue), che sfrutta osservazioni alle lunghezze d’onda dell’infrarosso e del vapore acqueo al fine di monitorare l’evoluzione di masse d’aria differenti.
In questo tipo di prodotto, il rosso indica l’intrusione di masse d’aria secca di origine stratosferica, il verde mostra masse d’aria più calde e umide, mentre il blu segnala masse d’aria più fredde, spesso di origine polare.
In Fig. 1 si può osservare chiaramente la banda nuvolosa tra Spagna e Algeria associata alle prime fasi della tempesta, la quale è sostenuta a ovest dalla corrente a getto, che alimenta il sistema perturbato e ne provoca un approfondimento e spostamento verso le Baleari e il Mediterraneo Occidentale, nelle 48 ore successive. Tali caratteristiche si notano dal medesimo prodotto satellitare analizzato in Fig. 2 per il 19 gennaio 2026, in cui si può osservare chiaramente la struttura nuvolosa che ruota in senso antiorario attorno alla bassa pressione al suolo.


È proprio tale circolazione ciclonica che, tra il 20 e il 21 gennaio, avanza verso i Balcani e attiva venti molto intensi e umidi da Est, i quali causeranno abbondanti precipitazioni su Sardegna, Sicilia Orientale e Calabria Ionica.
In Fig. 3 la mappa dell’intensità media del vento a 10 m prevista per la sera del 20 gennaio dal modello meteorologico Moloch mostra valori eccezionalmente elevati, che raggiungono massimi locali di 26-28 m/s al largo di Sicilia Orientale e Calabria Ionica.

Tali velocità corrispondono a un valore 10 della scala Beaufort di intensità del vento, corrispondente a una condizione di Burrasca fortissima. Una denominazione che fa ben comprendere la severità dell’evento meteorologico in atto.
Valori elevati e persistenti del vento nel settore Ionico hanno causato mareggiate di eccezionale intensità, soprattutto a causa di un fetch particolarmente esteso.
Il fetch rappresenta la distanza di mare aperto che il vento può percorrere senza incontrare ostacoli e, come si può osservare dalla Fig. 3, nel caso del ciclone Harry, venti intensi di Scirocco e Levante originatisi nel Peloponneso hanno percorso tra i 600 e i 700 km per raggiungere le coste ioniche. Ciò ha consentito un trasferimento energetico ottimale dal vento alla superficie marina, causando onde elevatissime, che in mare aperto hanno raggiunto il valore record di altezza massima intorno ai 16,6 m.
Anche lungo la costa, la mareggiata è stata molto violenta, come dimostrano i dati registrati dalle boe ondametriche dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).
In Fig. 4 si mostrano i valori di altezza significativa e altezza massima dell’onda registrate a Catania durante il passaggio della tempesta Harry: l’altezza significativa rappresenta l’altezza media dell’1/3 più elevato delle onde osservato in un intervallo di tempo, mentre l’altezza massima è la singola onda più alta registrata nella stessa finestra temporale. Per la stazione di Catania, è nella notte tra il 19 e il 20 gennaio che si osservano le onde più alte, le quali raggiungono un massimo di circa 10 m.

Un ulteriore dato fondamentale per comprendere la severità del ciclone Harry è rappresentato dalle precipitazioni cumulate. In Fig. 5 si mostra una mappa fornita dal Dipartimento della Protezione Civile che mostra l’accumulo di pioggia sul territorio nazionale nei giorni compresi tra il 18 e il 21 gennaio.

Si può osservare come diverse aree della Sardegna orientale, la Sicilia orientale e la Calabria Ionica raggiungano massimi compresi tra i 500 e 600 mm di precipitazioni cumulate: un valore eccezionalmente elevato, pari a 2,5–3,5 volte la media dell’intero mese di gennaio e a circa il 40–45% della pioggia che, mediamente, cade in un intero anno su quei territori.
Gli impatti
I dati e le mappe meteorologiche mostrano chiaramente l’intensità del ciclone Harry; tuttavia, è la stima dei danni inflitti sul territorio a fornire un quadro generale ancora più significativo riguardo alla portata dell’evento.
Secondo le prime stime, le perdite economiche sono ingenti: circa un miliardo di euro in Sicilia, mezzo miliardo in Sardegna e tra i 200 e i 600 milioni di euro in Calabria. Numeri drammatici che riflettono la devastazione non solo di infrastrutture (strade, porti, reti elettriche o idriche), bensì di varie attività economiche legate al turismo, la pesca e l’agricoltura. Il governo ha deliberato lo stato di emergenza e stanziato 100 milioni di euro per i primi interventi urgenti nelle aree più colpite: un’azione utile, ma non sufficiente se confrontata alla portata delle perdite registrate.
Il contesto climatico
Al di là dei suoi impatti economici, il ciclone Harry si inserisce in un contesto climatico in cui vari eventi estremi hanno colpito con crescente intensità e frequenza la nostra penisola: le alluvioni in Emilia-Romagna di maggio 2023 e settembre 2024, la tempesta Vaia del 2018 o le ondate di calore diffuse nei mesi estivi degli ultimi anni.
L’ultimo report pubblicato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) evidenzia come il cambiamento climatico causato dalle attività umane sia il principale fattore dell’aumento osservato nella frequenza e intensità delle ondate di calore e degli estremi di precipitazione.
Nel caso specifico del ciclone Harry, un primo studio di attribuzione condotto da Climameter ha evidenziato come fonti di naturale variabilità climatica possano aver influenzato solo parzialmente l’evento, la cui occorrenza, invece, sembra sia stata principalmente determinata dal cambiamento climatico di origine antropica. In particolare, gli autori dello studio sottolineano come le condizioni meteorologiche collegate al ciclone Harry siano cambiate rispetto a eventi comparabili avvenuti nel passato e hanno identificato un chiaro segnale di aumento di intensità dell’ordine del 15% della velocità dei venti di superficie.
Conclusioni
Alla luce di quanto detto, l’origine antropica del riscaldamento globale è ormai qualcosa di solidamente confermato all’interno della comunità scientifica.
La questione sta nell’adottare le strategie più efficaci per affrontare questo cambiamento e le strade principali da perseguire sono quelle di mitigazione e adattamento.
Con mitigazione si intende l’insieme delle azioni che hanno come obiettivo la riduzione delle emissioni in atmosfera di gas climalteranti. Tra i vari interventi possibili, si possono citare l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile o le tecniche per la cattura e lo stoccaggio dei gas serra.
L’adattamento, invece, consiste nella gestione degli effetti già in atto del cambiamento climatico e nell’adozione di misure appropriate per minimizzare i danni che esso potrebbe causare. Alcuni esempi risiedono nelle modifiche delle infrastrutture, come la costruzione di barriere difensive dalle mareggiate, o dei comportamenti umani, limitando l’esposizione a fattori di rischio come le temperature estreme.
In conclusione, è importante ricordare che l’impatto di un evento estremo causato dal riscaldamento globale non dipende esclusivamente dalla sua intensità fisica, ma anche dalle condizioni socio-economiche di chi lo subisce.
Nel caso del ciclone Harry, non sono state riportate vittime sul suolo italiano, anche grazie all’eccellente lavoro svolto dalla Protezione Civile. Tuttavia, bisogna evidenziare come, nell’ultimo mese, il Mediterraneo stia lentamente restituendo i corpi di decine di migranti, rimasti purtroppo vittime di questo evento estremo durante le loro traversate verso la speranza di una vita migliore.
A tale proposito, l’IPCC conferma come gli impatti del cambiamento climatico siano distribuiti in maniera profondamente sproporzionata, poiché le popolazioni ad essi più vulnerabili sono quelle che meno contribuiscono al fenomeno.
Dunque, comprendere e affrontare il riscaldamento globale e gli eventi meteorologici estremi non significa solo analizzarne i processi fisici, ma anche riconoscere la dimensione socio-economica del problema e intervenire di conseguenza: è nella riduzione delle disuguaglianze che si misura una componente fondamentale della lotta al cambiamento climatico.
Sitografia
- MeteoWeb
- CIMA Research Foundation
- National Geographic
- La Nuvola Ecologica
- IPCC
- Climameter
- European Environment Agency
- IPCC
Contributi
Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.
- Articolo di: Lorenzo Mele
- Correzione bozze: Sara Altamura
- Impaginazione e SEO editing: Gianmarco Loiacono
