Assaggi di un panorama culturale post-AI

In un mondo sempre più digitalizzato e tecnologizzato, anche i campi che, per tradizione, pertengono all’umanità, apparentemente, stanno rischiando di venire riscritti.

Arte e AI: una sfida

Non solo l’Intelligenza Artificiale (AI) sostituisce l’essere umano in mansioni più ripetitive, ma anche in quelle da cui la creatività umana è sempre stata emanata con ineccepibile talento.

Infatti, quando si parla di Arte, tra le prime cose che vengono in mente, c’è senz’altro un certo sentore che ciò si ha davanti testimoni una delle vette dell’umanità: laddove l’uomo non può giungere con i suoi limiti naturali e fisici, può farlo tramite l’ingegno e la creatività.

Proprio per questo motivo, recentemente si è registrata un’alzata di scudi generale contro l’uso di queste nuove tecnologiche in campo artistico: se tutto può diventare una mera questione di dati e di correlazione tra essi, dove potrebbe mai nascondersi la novità?

Prodromi di un cambiamento

Un primo modo per cercare di capire se effettivamente tale situazione sia così catastrofica, è guardarsi alle spalle, in cerca di eventi simili che hanno segnato il mondo dell’Arte.

In particolare, l’invenzione della fotografia ha cambiato profondamente il modo di fare Arte: da una produzione esclusivamente tramite mano umana, si è passati alla possibilità di riprodurre qualcosa per via meccanica. Laddove il mondo si adatta ai cambiamenti, anche l’Arte è chiamata ad adattarsi.

A notare tale cambiamento è stato senz’altro il celebre filosofo Walter Benjamin: carattere primario di ogni opera d’arte è un legame profondo con la sua terra natia, il luogo in cui è nata.

Tale autenticità si inserisce in un orizzonte culturale preciso che le ha donato gli albori e un significato unico, definibile il suo hinc et nunc:

Proprio in questa esistenza irripetibile, e in nient’altro, si è compiuta la storia a cui essa è stata sottoposta nel corso del suo perdurare. In quest’ambito rientrano sia le modificazioni che essa ha patito nella propria struttura fisica nel corso del tempo, sia i mutevoli rapporti di proprietà in cui può essere capitata.[1] 

L’autenticità si fonda su tutta la storia che riguarda quel preciso artefatto: non solo ciò che si vede, ma anche ciò che cela. E in particolare, proprio la fotografia ha contribuito all’inizio dell’inquinamento di tale aura, aprendo l’accesso a delle riproduzioni sconosciute al mondo antico.

Non veniva più richiesta una bravura manuale nel saper dipingere o scolpire, ma soltanto uno spazio di tempo che, nel corso dei decenni, è andato accorciandosi fino ai pochi secondi di uno scatto.

Per Benjamin, tale cambiamento è una vera e propria violazione di quell’unicum che avrebbe dovuto rappresentare l’Arte, a fronte di un valore espositivo fine a sé stesso:

Con l’emancipazione dei singoli esercizi artistici dall’ambito del rituale, aumentano le occasioni di esposizione dei prodotti. L’esponibilità di un ritratto a mezzo busto, che può essere invitato dovunque, è maggiore di quella della statua di un dio che possiede una propria dimora permanente all’interno di un tempio.[2]

La rivoluzione della GenAI

Volgendosi al mondo di oggi, sembra che la cosiddetta GenAI, ossia l’AI predisposta a creare contenuti semplicemente digitando un prompt, completi il tramonto di quell’aura. Non occorre più nemmeno recarsi sul posto fisico o cercare tramite internet la stessa opera d’arte.

È sufficiente un macinato di quel che già esiste per ottenere qualcosa solo apparentemente nuovo, come Floridi scrive:

La GenAI impiega algoritmi di ML [Machine Learning] addestrati su vasti dataset per generare contenuti audio, testuali, video e visivi con livelli senza precedenti di qualità, velocità, dimensione e creatività. Questa produzione avviene in modalità sempre più diffuse (per via del numero crescente di possibili produttori), accessibili (per le minori competenze tecniche richieste), economicamente convenienti (per la riduzione dei costi e della necessità di capitale) e potenzialmente interattive.[3]

I confini vengono sfumati, e diventa così praticamente impossibile riconoscere un prodotto umano da uno prodotto artificiale. Che cosa ne rimane dell’umanità? I rischi senza dubbio tenderanno ad aumentare; tuttavia, concentrarsi solo su un lato della medaglia non porta giovamento a nessuno.

Si potrebbe segnare un cambiamento derivante proprio dal tramonto dell’aura.

L’alba della cultura post-vitruviana

Fino a poco tempo fa, infatti, la storia dell’output ha sempre coinciso con quella dell’input, come contenuto esclusivamente umano. Il grande architetto romano Vitruvio riporta esattamente tale accezione:

Il filosofo Aristippo, seguace di Socrate, naufragò sulla costa di Rodi e, osservando dei diagrammi disegnati nella sabbia, si dice che abbia gridato ai suoi compagni: “Ci sono buone speranze per noi; vedo la presenza di uomini”.[4]

Per Vitruvio, qualsiasi disegno non può che essere umano, ma per noi non è più così: abbiamo varcato questa soglia post-vitruviana. Tuttavia, ciò non va letto come un affronto, ma anzi come una possibilità di riscossa.

Se anche l’aura è tramontata o, nella migliore delle occasioni, reclusa nei musei di storia dell’arte, oggi possiamo parlare di una sua nuova interpretazione.

Gli output sono identici, ma il processo è totalmente differente e, ovviamente, a seconda di quel che è ricercato, farà più comodo basarsi su un processo puramente automatico o un processo autenticamente umano:

Spesso non conta solo il testo, ma anche il modo in cui viene scritto: non apprezziamo solo un’immagine ma anche il modo in cui è stata disegnata. In altre parole, non è rilevante solo il contenuto-output ma anche il modo in cui è stato prodotto e gli elementi che lo compongono, ossia ciò che è stato necessario per realizzarlo.[5]

In una società sempre più consumistica, forse dovremmo semplicemente rallentare per tornare ad apprezzare ciò che sta oltre il semplice risultato.

Abbiamo strumenti che possono ottenere lo stesso risultato in poco tempo, ma ciò che non potranno sostituire è il processo umano che ha portato a quel risultato: due risultati identici, ma attriti diversi.

Da un lato, una macchina non conoscerà mai gli attriti dell’esistenza, dall’altro un essere umano si struggerà al fine di avere quel che desidera. La vera sfida del nostro tempo è vivere tale cultura post-vitruviana: cosa può essere delegato a una AI e cosa, invece, rimane di umano?

Uno spazio artistico per l’AI

In questo nuovo orizzonte culturale, esiste anche spazio per l’arte prodotta da AI, in quanto non solo è adatta a compiti meccanici e ripetitivi, ma anche a dare una vita diversa a certi tipi di arte.

A tal proposito, è possibile attingere nuovamente al nostro bagaglio semantico per individuare una nuova peculiarità che si annida presso le copie, ossia l’ectipo:

La parola deriva dal greco e ha un significato sottile che è molto utile in questo caso: un ectipo è una copia, ma non una copia qualsiasi. È una copia con una relazione speciale con la sua fonte, l’origine della sua creazione, nota in greco come archetipo. In particolare, un ectipo è l’impronta lasciata da un sigillo. Non si tratta dell’oggetto reale, ma è chiaramente collegato in modo significativo e autentico all’oggetto reale stesso.[6]

Recidendo la fonte dal processo che porta all’artefatto, possiamo avere una nuova vita per quell’arte.

Un esempio può chiarificare ciò: in occasione del 50esimo anniversario dell’assassinio di JFK, è stato riprodotto un suo discorso del 22 novembre 1963. Il che suona molto strano, dato che è esattamente il giorno del suo assassinio e tale discorso non è mai stato pronunciato dal presidente. Infatti, è stato grazie a una AI che, addestrata su dati inerenti a Kennedy, e quindi la nostra fonte, è subentrata nel processo e ha ottenuto un artefatto unico che potrebbe essere ricondotto alla fonte ufficiale, ma con un processo non autentico.[7]

Anche se proprio quel processo non autentico ha dato vita a qualcosa di autentico.

Conclusioni: aria di cambiamento culturale

Lo spostamento dell’attenzione dal risultato al processo getta nuova luce sul processo artistico.

Se da una parte offre occasione per trovare nuova umanità in aspetti messi in sordina per lungo tempo, dall’altro offre uno spazio nuovo per un’arte prodotta tramite AI.

Una cosa è certa: la rivoluzione digitale è avvenuta da quasi vent’anni, al giorno d’oggi si tratta di sapere come vivere al suo interno e non di rifiutarla o pensare che sia un futuro che deve ancora avvenire. Prima la nostra cornice culturale si adegua a questi cambiamenti, e prima sapremo ricavarne il meglio.

Bibliografia & Sitografia

[1] W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (2019), 10.

[2] Ivi, p. 24.

[3] L. Floridi, La differenza fondamentale (2025), p. 250.

[4] Vitruvio, p. 4.

[5] L. Floridi, La differenza fondamentale (2025), p. 255.

[6] Ivi, 171.

[7] https://www.ilmattino.it/societa/persone/john_kennedy_dallas_discorso-3611067.html

Contributi

Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.

  • Articolo di: Tommaso Donati
  • Correzione bozze: Sara Altamura
  • Impaginazione e SEO editing: Gianmarco Loiacono