Referendum sulla giustizia 2026: che fare per votare in piena libertà?

Il ministro Carlo Nordio durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario a Napoli – Credits foto

Il 22 e 23 marzo saremo chiamati alle urne per decidere sulla riforma della giustizia del governo Meloni. Di cosa si tratta? Cosa verrà modificato? E perché, a ben vedere, con la giustizia c’entra poco e nulla?

Scopriamolo passo per passo. Ci dicono che è un voto su una questione tecnica, in realtà è quanto più politica possibile.

Come votare

Il primo passo è sapere cos’è questo referendum. Innanzitutto, essendo un referendum costituzionale, non è necessario il quorum[1]: quindi, il gioco dell’astensione per far fallire il piano o il non-voto di protesta sono entrambi inutili. Anche se dovesse votare una sola persona in tutta Italia, la votazione sarà comunque valida.

Ci sarà una sola scheda, in cui si chiederà di approvare o respingere la riforma costituzionale. Quesito unico, un solo o No. Nel quesito[2] – come ha chiesto la Cassazione qualche settimana fa – saranno indicati i sette articoli della Costituzione che saranno modificati o sostituiti: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Questo per chiarire bene cosa si andrà a toccare, senza leggere solo il nome schietto e banale della legge di riforma: Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare.

Ci si potrebbe chiedere: perché qui nessun quorum e lo scorso anno, su lavoro e cittadinanza, invece sì? Sarà una macchinazione?

Nessun intrigo, tranquilli: la riforma costituzionale, dopo essere stata approvata una prima volta in Parlamento, se non è approvata una seconda volta con due terzi dei membri della Camera dei Deputati e del Senato dopo sei mesi, è soggetta a referendum. Come in questo caso. Il governo, sponsor della riforma e poco interessato a un dibattito bipartisan, ha tentato di accelerare i tempi di voto, ma ha anche escluso il voto fuorisede: un comportamento sbrigativo che ha creato malumori tra l’opposizione e i comitati civici e sociali per il No.

Per i fuorisede c’è un modo per votare dove si risiede: chiedere di diventare rappresentanti di lista. Bisogna rivolgersi ai comitati locali e alle sedi territoriali dei vari partiti per poter essere nominati rappresentanti.

Di cosa si parla?

Il contenuto della riforma si basa sostanzialmente su tre colonne portanti:

  • 1) la separazione delle carriere e del Consiglio superiore della magistratura;
  • 2) la creazione dell’Alta corte disciplinare per le sanzioni disciplinari ai magistrati;
  • 3) il rimando a future leggi ordinarie (quindi, che non toccano la Costituzione, ma sono da essa richieste) per completare la riforma.

La prima colonna, a ben vedere, è alquanto superflua. Ora vedremo perché. Anzitutto, la magistratura italiana prevede due funzioni: quella del giudice (giudicante) e quella del pubblico ministero (PM; requirente) – due funzioni nella stessa carriera. Questo non per una svista dei padri e madri della Repubblica, bensì perché entrambe le funzioni hanno come obiettivo la ricerca della verità sui fatti. Questo significa che, per legge, il PM deve indagare anche sugli elementi a favore del possibile colpevole, e i giudici sorvegliano l’operato del PM e hanno sin dall’inizio elementi a carico come anche a discarico.

Una garanzia per il cittadino che è sancita dai codici: se il PM passa al giudice solo gli elementi a sfavore, commette reato (come lo commette se l’avvocato difensore, all’opposto, passa ai magistrati elementi contro il suo cliente: è infedele patrocinio!), e prima di arrivare a processo ci sono due giudici (per le indagini preliminari e per l’udienza preliminare) a decidere se l’indagine del PM abbia veramente senso. Inoltre, il cittadino imputato ha ben tre gradi di processo (primo, appello e Cassazione) in cui potersi difendere – ogni grado con i suoi giudici e i suoi PM.

Non è dovunque così, anzi il modello italiano è piuttosto raro tra i Paesi europei o anche occidentali. Ma è la miglior garanzia per tutti: così il PM è il primo difensore dell’indagato e non ha assoluta discrezione.

Belli i film sul sistema americano, poco sensibile però alle esigenze reali: i PM sono eletti dal popolo e dunque sono sostanzialmente figure “politiche”, i giudici sono nominati dalle autorità, mentre per sperare di difendersi bene serve pagare un avvocato bravo. In Italia, abbiamo un sistema che per legge deve guardare al cittadino prima che al portafoglio.

Separiamo le carriere

Obiettivo di questa riforma, al contrario, è proprio indirizzare il sistema italiano verso altri modelli. Il primo passo è, appunto, dividere PM e giudici in due magistrature. Due formazioni diverse, due compiti diversi.

La giustificazione è che i giudici si “appiattiscono” sulle decisioni dei colleghi PM – ma non è vero: metà delle sentenze sono di assoluzione, in barba alla colleganza. Sarebbero allora da separare – come ha provocatoriamente proposto Marco Travaglio – più i giudici di vari gradi che i PM e i giudici dello stesso: secondo la logica dei riformatori, i giudici di appello non vorranno contraddire quelli di primo grado e quelli di Cassazione faranno lo stesso con quelli di appello. Dato che, invece, regolarmente i colleghi si contraddicono tra loro, e i dati che lo dimostrano sono del Ministero della Giustizia stesso, questa giustificazione risulta molto infantile.

Inoltre, senza dover toccare la Costituzione, la separazione è in parte già presente. Ossia (con le leggi dei ministri Mastella nel 2007 e Cartabia nel 2022) il singolo magistrato può decidere di cambiare funzione (da PM a giudice o viceversa) solo una volta nella propria carriera, con l’obbligo di cambiare regione in cui lavorare. Così, sono solo poche decine ogni anno i magistrati che cambiano ogni anno – lo zero virgola del totale.[3] Per di più, sarebbe possibile annullare ogni cambio di funzione con la semplice legge ordinaria.

Perché scomodare la Costituzione? Perché mettere in mezzo la stabilità del governo a un anno dalle elezioni? La verità è che la separazione in sé è poca roba, mentre il succo risiede nella disciplina da dare ai magistrati. E nel loro governo.

Separare i CSM

L’Assemblea costituente, ottant’anni fa, decise che era ora di finirla con il dominio della politica sulla magistratura. Prima, i magistrati erano spostati, promossi e puniti per mano del ministro della Giustizia, da cui cercavano di ricevere la grazia.

Oggi, all’opposto, l’organo di autogoverno della magistratura è il suo Consiglio superiore (CSM), composto per due terzi da consiglieri eletti dai magistrati stessi (togati) e per un terzo da esperti avvocati o docenti universitari di diritto eletti dai tre quinti del Parlamento (laici)[4]; il presidente è formalmente il presidente della Repubblica, ma di solito è il vicepresidente del CSM (scelto tra i laici) il vero capo.[5] Il CSM decide dei trasferimenti e delle eventuali sanzioni disciplinari (mentre al massimo il ministro può “denunciare” un magistrato al CSM), ma non mette parola su stipendi, leggi o reati prioritari da perseguire.

Per i riformatori questa situazione non va bene. Primo, si creano correnti all’interno della magistratura. Il che è vero, ma queste correnti non inficiano l’amministrazione della giustizia (Falcone ne fondò una progressista e radicale, Borsellino era un monarchico conservatore: forse lavoravano male insieme?) né hanno potere di applicare a proprio piacimento le leggi. Se un provvedimento non piace, è la politica a dover intervenire, chiarendo una legge o mettendone una nuova. Se un politico attacca un magistrato per una sentenza senza cambiare la legge che ha prodotto quella sentenza, è senza alcun dubbio un cialtrone patentato.

Quando qualche capocorrente e consigliere superiore decide di abusare del proprio ruolo per scegliere chi promuovere, si prendono provvedimenti: come nel caso dello scandalo Palamara del 2019 – scandalo uscito fuori grazie alle indagini di altri colleghi PM e sanzionato duramente da altri colleghi nel CSM. A dirla tutta, il principale colpevole – l’ex magistrato Luca Palamara, radiato dal suo lavoro dal CSM – ora fa propaganda a favore di questa riforma. Le vie del Signore sono infinite!

Separare i CSM significa creare due organi distinti: uno per i giudicanti e uno per i requirenti. E così anche due formazioni diverse: una alla ricerca della verità per i soli giudici, una accusatoria per i PM. È d’altronde su quello che si può valutare l’operato; avere due carriere separate significa peggiorare questi compartimenti stagni, con PM sempre meno interessati alla completezza degli elementi e giudici che si troveranno davanti un inquisitore. Non è una profezia: se i riformatori si basano su esempi di altri Paesi, questo è il modello da cui attingono esplicitamente. Bisogna ascoltarli!

Il sorteggio

Capitolo a parte è la modalità di scelta dei consiglieri superiori. Finora, per obbligo costituzionale erano eletti: i togati da tutti i magistrati, i laici da una maggioranza parlamentare che obbliga la coalizione di governo a discutere con le opposizioni.

Con la riforma si passerebbe invece a un sorteggio, diverso per togati e laici. Per i togati è secco, cioè si estraggono a sorte tra migliaia di magistrati. Per i laici, invece, il Parlamento stila una lista di soggetti (con i requisiti attuali) da cui sorteggiare. La lunghezza della lista e la maggioranza necessaria alla sua approvazione non sono specificate: quindi, potrebbe essere anche una lista ristretta a una maggioranza semplice – sostanzialmente, i nominati dalla coalizione del governo di turno entrerebbero nella gestione della magistratura senza troppi problemi, ben più facilmente di oggi.

Già nel 2019-2020 il ministro 5 stelle Bonafede aveva pensato a un sorteggio per scardinare il potere delle correnti, ma non se ne fece nulla, un po’ perché Bonafede ci ripensò e un po’ per la complessità della proposta: invece di sostituire l’elezione (e quindi modificare la Costituzione), il ministro suggeriva prima un’elezione e poi un sorteggio tra gli eletti. Oggi, invece, si è deciso di fare piazza pulita delle complessità.

Il problema principale di questo sorteggio è dunque che i consiglieri laici saranno un gruppo di simili, vicini per idee e nomina, ben più legittimati nel proprio ruolo dei consiglieri togati scelti fra 7000 giudici e 2000 PM. E quindi, per formare maggioranze decisionali nei CSM, i laici saranno fondamentali.

E le correnti? Nessuno assicura che scompariranno, anzi: potremmo sorteggiare consiglieri da una sola corrente, senza volerlo! Né si dice, nella riforma, come verrà affrontato il problema della rinuncia al posto: lo deciderà una legge ordinaria.

Le sanzioni disciplinari

Cavallo di Troia di questa riforma è la creazione dell’Alta corte. Un organo nuovo, che toglie potere al/ai CSM ma sbugiarda sé stessa. Se l’obiettivo è avere una giustizia più imparziale, non si capisce perché in questa Corte i membri scelti dalla politica siano in rapporto maggiore (40%, invece di 33%) rispetto al CSM: che vantaggio ne ha l’imparzialità delle decisioni?

Se l’obiettivo è invece avere più punizioni, è un organo inutile: il sistema italiano punisce più giudici di quelli di altri Paesi europei. Tra tutti i magistrati, lo 0,5% sono quelli sanzionati annualmente in Italia, lo 0,2% in Spagna e lo 0,1% in Francia.[6] È inutile anche se si dovesse credere che ci saranno più condanne (non sanzioni disciplinari) ai giudici per propri errori: questa riforma non riguarda la responsabilità civile dei magistrati, che peraltro non è competenza dell’Alta corte. (NB: errore giudiziario non è quando un collega smentisce un altro con una sentenza.)

Se l’obiettivo è infine quello di tenere PM e giudici separati, non si capisce perché entrambi debbano essere giudicati da una Corte unitaria, in cui loro colleghi siedono fianco a fianco. Infatti, i togati dell’Alta corte saranno 6 sorteggiati tra tutti i 7000 giudici e 3 tra tutti i 2000 PM. Sale il dubbio che la separazione delle carriere non serva a tenerli lontani e basta.

Punti molto importanti di questa riforma riguardano 1) le valutazioni di professionalità e 2) l’appello dei giudici sanzionati. Riguardo al primo punto, la riforma prevede che delle leggi ordinarie stabiliranno i criteri con cui valutare la professionalità dei magistrati, valutazione che sarà compito dei CSM.

Se questa pesante ingerenza della politica non bastasse, ecco che ai giudici sanzionati gli si toglie la possibilità di appellarsi contro una sanzione in un organo terzo. Oggi, l’appello avviene in Cassazione; con questa riforma, avverrà nella stessa Alta corte che li ha condannati! L’unica previsione è che i membri che avevano deciso sulla sanzione non saranno gli stessi per l’appello.

Chi vivrà vedrà

Ricapitolando: serviranno leggi ordinarie per regolare il sorteggio, per decidere i criteri di valutazione, per stabilire la lunghezza delle liste. Per il succo della riforma, insomma. E una legge ordinaria si può approvare anche con la semplice maggioranza in Parlamento – a prescindere che sia di destra, sinistra o centro.

Ma non solo le cose già previste: un’altra grossa questione riguarda gli equilibri che seguiranno alla riforma. Il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, teme che il nuovo PM possa diventare un elemento senza freni, più esposto a condizionamenti esterni e – da «avvocato dell’accusa» (come lo definisce il ministro della Giustizia Nordio) – alla fine possa diventare soggetto al governo di turno. Anche qui, non è importante l’orientamento della coalizione in carica, quanto invece il danno alla legge-uguale-per-tutti.

Questa maggioranza, in particolare, sembra avere delle idee chiare sul futuro. Giorgio Mulé (Forza Italia, vicepresidente della Camera dei Deputati), in un confronto con Giuseppe Conte all’Università della Calabria, si è augurato in estasi che il PM italiano diventi come quello francese, cioè – come lo chiamano i cugini oltre le Alpi – un «agente dell’esecutivo» nei tribunali.

E, se la frase di un importante politico che si augura di piazzare agenti del governo nei tribunali non fosse abbastanza, sono altrettanto preoccupanti le dichiarazioni del ministro Nordio.[7] Il quale non si spiega perché Elly Schlein si opponga a questa riforma, visto che se ne avvantaggerebbe anche un futuro governo di centrosinistra!

Su indicazione di Nordio, i senatori Zanettin (FI) e Stefani (Lega) hanno già presentato un disegno di legge per indicare i reati prioritari da indagare. Quale vantaggio ne ha il cittadino (e l’indipendenza della magistratura) quando la classe politica sceglie su cosa indagare e su cosa stare fermi?

Ciliegina sulla torta è l’intento di Antonio Tajani (presidente di Forza Italia, ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio), per il quale il prossimo passo, dopo la vittoria del Sì, sarà togliere l’autorità dei magistrati sulla polizia giudiziaria. Questo perché le forze dell’ordine dipendono dal governo, ma la magistratura dispone delle forze – la polizia giudiziaria, appunto – per poter svolgere il proprio lavoro senza dover chiedere permesso al governo di turno.

Questi sono veri intenti, espressi da esponenti autorevoli della maggioranza di governo, non fantasie di estremisti rossi o giudici comunisti. Conviene prenderli sul serio.

Cosa non cambierà (e cosa è già cambiato)

Importanti sono anche quelle cose che non cambieranno. Non cambierà la velocità dei processi, che non dipende da questa riforma. Intanto, il Ministero è alle prese con la mancata stabilizzazione di migliaia di funzionari dei tribunali assunti grazie ai fondi PNRR: stabilizzazione, questa sì, che avrebbe aiutato a velocizzare la macchina della giustizia.

Non cambieranno gli stipendi dei magistrati né la loro responsabilità davanti alle leggi. Ma potranno cambiare le leggi – e questo è un fatto tutto politico: votando Sì non si fa nessun torto ai singoli magistrati, tranquilli.

Se la presidente del Consiglio – smentita da Nordio stesso – dice che i processi saranno più svelti e la giustizia più efficace, allora ci prende in giro. Non c’è un singolo passaggio della riforma che lo prevede, ma ce ne sono tanti ambigui. Forse, sarebbe opportuno chiedersi: processi più svelti e giustizia più efficace per chi?

Non  ci saranno cambiamenti nelle politiche migratorie né nella gestione delle persone migranti all’interno del territorio italiano. A meno che non si cambino le leggi nazionali e i trattati internazionali; ma questo non c’entra nulla con questa riforma ed è compito degli stessi politici che addossano la “colpa” ai magistrati. Promettere che c’entri qualcosa significa credere che gli elettori abbiamo salame al posto degli occhi.

Non ci saranno cambiamenti per le forze dell’ordine. Il governo Meloni le strumentalizza, mandandole al macello – come nel caso di Torino – o parlando di emergenza di ordine pubblico smentita dai dati dello stesso Ministero dell’Interno.[8]

Quindi, non si capisce cosa vogliano dire, prendendo lo scandalo del giorno, quando dichiarano che grazie alla riforma non ci saranno più casi come Garlasco, Rogoredo eccetera. A meno che non consideriamo le intenzioni che seguono la riforma, con l’obiettivo di sottomettere i PM al governo. Insomma, trattando la riforma costituzionale “solo” come grimaldello.

(PS: a Garlasco il caso è stato riaperto, perché dei magistrati hanno dato torto ai colleghi. A Rogoredo la verità sta venendo a galla, perché il PM sta indagando – cosa che lo scudo penale per le forze dell’ordine, proposto dal governo, proibirà di fare. Quindi, cosa ci azzeccano con la riforma?)

Ultima nota: cosa è già cambiato. Un assaggio del trattamento riservato alla giustizia lo abbiamo avuto a inizio anno, con la riforma della Corte dei conti. Quest’organo deve controllare e dare pareri sull’uso delle finanze pubbliche. Qualche mese fa ha bocciato il piano del Ponte sullo Stretto di Messina, criticandolo pesantemente. Un parere tecnico che la politica non ha gradito: così, una riforma del governo ha imbavagliato la Corte, rendendo il suo lavoro più difficile ma senza abolirla. Una finzione, una ripicca. Una attacco allo Stato di diritto. Sempre in nome del mandato politico.


Note

[1] Articolo 138 Costituzione. Il quorum è previsto solo per i referendum abrogativi, di cui si parla invece all’articolo 75.

[2] Per chi sia interessato, il testo del quesito è riportato nel decreto del presidente della Repubblica del 7 febbraio 2026, in Gazzetta ufficiale 31/2026; il testo della riforma, invece, è quello approvato dal Senato e pubblicato il 30 ottobre 2025, in Gazzetta ufficiale 253/2025.

[3] Il picco si è avuto nel 2024, con 42 cambi (0,48% dei magistrati totali) a causa dell’annuncio della riforma.

[4] Sono membri di diritto, oltre al presidente della Repubblica, il primo presidente della Corte suprema di Cassazione e il procuratore generale della Cassazione stessa. Se passerà la riforma, ognuno andrà di diritto nel proprio CSM, rispettivamente giudicante e requirente.

[5] Alcuni costituenti avrebbero preferito ancor meno ingerenze della politica. Calamandrei, ad esempio, propose un CSM di soli togati e suggerì persino l’abolizione del Ministero della Giustizia in favore di un provveditorato o un procuratore generale più forte.

[6] Marco Travaglio, Perché No, PaperFirst, Roma 2026, pagina 108.

[7] Fatto curioso: Nordio, esponente di Fratelli d’Italia, è stato a lungo magistrato, sia giudice che PM. A metà anni Novanta firmava con i colleghi un documento in cui si opponeva fermamente alla separazione delle carriere. Vent’anni dopo, prima di tesserarsi con FDI, pubblicamente dichiarava che un magistrato non deve fare politica «né prima né durante né dopo». Tutti possono cambiare idea, ma il dubbio resta: quale grande fattore gli avrà fatto cambiare idea così radicalmente?

[8] Si veda Dossier Viminale, 15 agosto 2025, pagina 11.

Contributi

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  • Articolo di: Giovanni Gemma
  • Correzione bozze: Sara Altamura
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