2026, Trump e l’ICE: il governo della violenza gratuita minaccia la sicurezza negli USA?

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Dal 20 gennaio del 2025 Donald J. Trump si è insediato nello Studio Ovale. Visto da molti come colui che fornirà l’occasione per riaffermare l’ordine in un contesto di crisi sociale, da altri temuto per una possibile svolta autoritaria da parte del tycoon.

Lo stato dell’arte

Tra le tante dichiarazioni rilasciate dal presidente in questi mesi, alcune sono rimaste immutatamente eteree:

emblematica l’idea della sottrazione della Groenlandia alla Danimarca, a cui rispose veemente Anders Vistisen, membro del Parlamento Europeo, con un memorabile “fuck off!” rispondendo all’opzione proposta dal presidente americano di comprare suddetto territorio, poi ritornata in voga nell’ultimo mese

Altre sono, invece, state portate a compimento:

l’applicazione di dazi durante il cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile di questo stesso anno ad una moltitudine di paesi, dalle isole disabitate di Heard e McDonald vicino all’Antartide sino al colosso del sud-est asiatico, la Cina, colpita da una percentuale daziale inverosimile a tre cifre; come anche la cattura di Nicolas Maduro, soluzione per porre un termine al mercato del narcotraffico venezuelano.

Ma una delle pagine più crude (e probabilmente più odiate) aperte (o sarebbe meglio dire riaperte) dal Teflon Don sarebbe quella dell’immigrazione: l’uso sistematico del United States Immigration and Customs Enforcement, conosciuto più semplicemente con l’acronimo I.C.E., caratterizzato secondo molti (non solo cittadini americani ma anche il resto del globo) da un tono marcatamente totalitario.

Ma come mai l’ICE ha preso piede nell’ultimo periodo e perché se ne sente parlare sempre più spesso?

Breve excursus

L’ICE fa la sua prima comparsa nel 2003, quando i precedenti organi deputati al controllo immigrazionale, ovverosia il United States Customs Service e Immigration and Naturalization Service vengono sciolti per essere sostituiti da tre ulteriori forze dell’ordine rientranti all’interno del Dipartimento per la sicurezza interna (conosciuto anche come DHS): il CBP (Customs and Border Patrol), la USCIS (United States Citizenship and Immigration Services) e il celebre ICE.

Da allora fu usato da presidenti quali Bush, Trump ed Obama. Sotto George W. Bush, che di fatto “creò” l’ICE, l’agenzia federale venne usata come strumento per stanare la criminalità organizzata transnazionale.

Barack Hussein Obama II è invece già più conosciuto per l’uso sistematico che fece dell’ICE come anche più in generale dei vari organi deputati alla regolamentazione dell’immigrazione illegale in America: sotto la sua amministrazione, dal 2009 al 2016, vennero difatti rimpatriati circa 2 milioni e mezzo di americani.

Ma è sotto il primo mandato di Donald J. Trump che l’ICE acquisisce influenza, potere e notorietà: dalla sospensione di fondi per le “città santuario” e del programma di accoglienza per gli immigrati, ad un blocco temporaneo per coloro che provenivano da paesi considerati pericolosi o dannosi per l’America in quanto collegati ad attività terroristiche, sino alla costruzione del famigerato “Muro messicano”.

Per quanto concerne quest’ultimo punto è giusto citare Stephen Miller, ritenuto l’artefice della campagna separatoria delle famiglie immigrate. È qui che emerge uno dei primi punti controversi della gestione del problema immigrazionale attuata da Trump: bambini separati dai genitori, rinchiusi secondo alcune fonti in gabbie d’acciaio senza possibilità di intrattenersi in alcun modo né tantomeno di rivedere i genitori, denutrizione prevista per molti, pessima gestione dei centri di raccoglimento.

L’ICE oggi

Giungendo ad oggi: dopo la firma presidenziale della Big Beautiful Bill nel luglio 2025 l’ICE è divenuta l’agenzia federale maggiormente finanziata dal governo statunitense, propugnando l’assunzione di 10.000 nuovi membri, premiati per il loro servizio con un bonus di ben 10.000 dollari, oltre all’arruolamento di nuovi membri anche per il Customs and Border Patrol. Sbarcato in Italia solo nell’ultimo periodo dopo dei gravi incidenti avvenuti nella città di Minneapolis, Minnesota, come vuole evincere suddetto articolo l’ICE è una realtà già ben radicata da anni in America, ma giunta nella penisola solo di recente.

Il Minnesota era da mesi al centro del mirino del controllo immigrazionale del presidente americano, insieme a Texas, Georgia e alla California del governatore Newsom, che a più riprese si è espresso contrario alle scelte del tycoon (come anche nella Chicago del governatore dell’Illinois Pritzker, altro oppositore politico di Trump).

Dopo settimane di tensione il clima ha raggiunto l’apice delle ostilità quando il 7 gennaio un agente dell’ICE ha sparato a Renée Nicole Good, cittadina americana di 37 anni, uccidendola. Immagine indelebile che descrive i toni aggressivi ed estremisti dell’ICE è indubbiamente la ripresa di una donna che inquadra un sanitario che chiede alle truppe dell’ICE di intervenire per controllare il battito di Renée Good, da poco vittima della sparatoria, ricevendo tuttavia come risposta agghiacciante “Abbiamo i nostri medici” impedendo quindi ad un medico di poter intervenire.

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Dopo qualche giorno (e svariate proteste, incentivate anche dalla decisione del Department of Justice di non perseguire l’agente coinvolto) la “ferita sociale” nemmeno rimarginata ha ricominciato a sgorgare sangue quando il 24 gennaio l’infermiere di 37 anni Alex Pretti venne ucciso con almeno dieci colpi da fuoco dopo aver filmato degli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement che facevano uso di spray urticante su una donna nelle vicinanze.

La vicenda ha chiaramente scaturito una moltitudine di proteste, soprattutto perché in questo contesto di forte tensione sociale molti cominciano a compiere degli accostamenti tutt’altro che dicotomici, ma piuttosto di similarità: diversi sono i commenti di coloro che paragonano le operazioni dell’ICE alla polizia nazista Gestapo guidata dal gerarca nazista Heinrich Himmler.

Anche figure emblematiche del grande schermo come Bryan Cranston e Glenn Close si sono espressi contrari all’operato del presidente statunitense, ritenuto troppo autoritario e a tratti “disgustoso”.

Ma anche il mondo della musica non ha tardato a farsi sentire: Bruce Springsteen ha infatti rilasciato una canzone come forma di protesta contro l’agenzia americana, intitolata “Streets of Minneapolis”.

Tornando all’Italia: sebbene il ministro dell’Interno Piantedosi abbia confermato che durante le Olimpiadi di Cortina non ci saranno pattuglie o truppe dell’ICE, ma solo investigatori che intratterranno rapporti e scambi di informazioni con le forze dell’ordine italiane, sono previste proteste a Milano proprio per condannare e scongiurare la presenza dell’agenzia federale alle Olimpiadi.

L’ICE preoccupa soprattutto poiché, oltre alle modalità discutibili tramite cui fermano i cittadini o i presunti immigrati “illegali”, puntano gran parte della loro retorica sul retroscena molto spesso (se non sempre) violento e irregolare degli individui ricercati, quando in realtà spesso non è così: secondo una articolo pubblicato da David J. Bier su Cato Institute la percentuale di “immigrati” prelevati dall’ICE che non ha un background criminoso è del 73% (dati raccolti da ottobre 2025 a novembre 2025), quasi tre persone su quattro.

Tuttavia, secondo la Segretaria del Department of Homeland Security Kristi Noem, le persone fermate rappresenterebbero il “peggio del peggio” della popolazione americana.
Le proteste in America si fanno sentire sempre di più. Le elezioni di metà mandato si avvicinano, con un distacco tra democratici e repubblicani sempre più esile.

Per quanto siano aberranti le rinnovate modalità di approccio dell’ICE, forse è proprio in siffatte modalità orripilanti (portate avanti da figure come Gregory Bovino, ex presidente della Border Patrol rimosso dall’incarico nel gennaio 2026) che l’amministrazione del Donald troverà un arresto al potere pressoché illimitato abusato fino ad ora dal presidente: magari sarà il colpo di grazia che taglierà finalmente la testa a questo pseudo totalitarismo americano, che permetterà all’elettore statunitense di realizzare finalmente che il grande “American Dream” su cui Trump ha puntato gran parte della sua oratoria è ben lontano da un’attuazione concreta; un sogno che si sta allontanando lentamente, alla deriva come un ricordo che si vuole affidare all’oblio.

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  • Articolo di: Leonardo Maggiotto
  • Correzione bozze, impaginazione e SEO editing: Alessio Urgese

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