Dall’alba della rivoluzione digitale a oggi, molte cose sono cambiate. Se da un lato è avvenuta un’ibridazione tra l’online e l’offline, al contempo abbiamo assistito a dei cambiamenti che hanno riguardato la sfera dell’opinione pubblica. Tra bubble democracy e Intelligenza Artificiale, un vuoto normativo si fa strada: occorre affrontarlo tramite una cultura digitale, se vogliamo evitare futuri distopici.
Il nuovo ambiente
L’alba di tutto
Il 9 gennaio 2007 è una data simbolica per eccellenza: Steve Jobs, dal palco del MacWorld Expo a San Francisco, presentò il primo smartphone della Apple. Anche se la sua nascita risale a qualche anno prima, ossia al 1992, solo il rilancio di Apple ebbe enorme seguito, data la sua ergonomicità e praticità nel portarlo con sé quotidianamente. E soprattutto: l’accesso a Internet. Un portale per un mondo senza spigoli, in cui è possibile muoversi pur senza spostarsi fisicamente dalla propria casa. Il sogno di avere tutto a portata di mano era diventato reale, senza spazio a nessuna intermediazione: solo l’utente, nella sua completa libertà e autonomia.
A distanza di quasi 20 anni, possiamo dire che la rivoluzione tanto sperata è avvenuta: l’ambiente digitale ormai è parte integrante della quotidianità, tanto da rendere impossibile una separazione netta tra l’online e l’offline. Come infatti scrive Floridi:
Internet è l’oceano in continua espansione in cui viviamo immersi, anche senza accorgercene. È per questo che ho anche descritto la nostra società come la “società delle mangrovie”. Le mangrovie nascono nell’acqua salmastra, dove il fiume si mescola con il mare. In quell’ambiente, non ha senso chiedere se si tratti di acqua dolce o salata, anzi chiederlo significa non capire dove ci si trova. Oggi la domanda “Sei online?” appartiene a un passato remoto non più in contatto con il presente.[1]
Eppure, questo cambiamento importante ha comportato delle difficoltà e delle problematiche che non possono essere ignorate.
Gli abitanti delle acque
Il primo importante problema che si palesa riguarda proprio le acque in cui ci addentriamo con la navigazione, che non sono disabitate, ma presentano degli individui autoctoni e nati proprio in quell’ambiente digitale.
Ciò permette, dunque, di vedere quel rapporto peculiare che si instaura tra l’essere umano, vivente animale fisico, e l’ambiente digitale, non analogico per definizione, che viene abitato dal primo ma mai in modo completo.
Infatti, compito degli algoritmi è permettere un corretto funzionamento dell’online, esattamente come noi siamo chiamati a garantire un corretto funzionamento dell’offline.
Da ciò consegue che, quando un individuo straniero si addentra in questo mare, i suoi abitanti cercano di garantirgli una sua integrazione adeguata.
Nella pratica, ciò risulta meno sereno di quanto sembri: gli algoritmi cercano di “datificare” tutta la vita dell’utente, in modo da farlo riversare completamente nell’online.
I problemi palesati dalla nuova situazione ruotano attorno proprio a questi algoritmi, e la prima vittima è il luogo per eccellenza in cui formiamo le nostre opinioni, ossia la sfera pubblica.
– Leggi anche: Ritorno al passato: tecnofeudalismo e ipnocrazia
Le trasformazioni della sfera pubblica
La bolla algoritmica
Seguendo l’uso di metafore, è possibile denotare la situazione in cui si ritrova l’individuo tramite la metafora della bolla.
Una bolla è un fine strato di acqua e sapone che forma una sfera dalla superficie iridescente, con una sua tensione superficiale, tale per cui è separata dal mondo esterno.
Calata nel nostro contesto, questa bolla corrisponde a un utente che, educando gli algoritmi sulla base delle sue preferenze, viene attorniato da filtri nella navigazione, guidandolo verso ciò che apprezza.
Pariser, a tal proposito, conia il termine filter bubble per designare il fenomeno:
La nuova generazione di filtri di internet esamina le cose che sembra che ti piacciano – le cose reali che hai fatto o le cose che piacciono alle persone come te – e cerca di estrapolarle. Sono motori di previsione, che creano e perfezionano costantemente una teoria su chi sei e cosa farai e vorrai dopo. Insieme, questi motori creano un universo unico di informazioni per ognuno di noi – quella che ho chiamato filter bubble– che altera radicalmente il modo in cui incontriamo idee e informazioni.[2]
Il principio alla base di questi filtri nacque su Amazon: per muoversi in un’offerta crescente di prodotti, si era ritenuto opportuno offrire uno strumento che guidasse l’utente verso ciò che lo aggradasse e lasciasse fuori ciò che non lo interessava.
Ma se questa logica è valida in termini di mercato per comprender cosa può essere utile o meno a ciascun acquirente, nel momento in cui viene applicata alle informazioni e notizie provenienti dal mondo, la distinzione non è più funzionale.
Ciascun utente, infatti, intraprenderà sempre di più un dialogo con solo sé stesso: tutte le notizie e informazioni del suo feed gli restituiranno una conferma di quanto già pensa, senza offrire attriti con vedute differenti e senza occasione di riconoscere la veridicità di ciò con cui viene a contatto.
La proliferazione delle fake news
Non possedendo più un mezzo di paragone fondato e adeguato, l’utente verrà a contatto con una quantità crescente di notizie false che riterrà utili e fondate.
Infatti, la quantità di fake news, negli ultimi anni, è andata ad aumentare a vista d’occhio su ogni social media principale, tanto da rendere impossibile davvero stabilirne una quantità: nel momento in cui state leggendo ciò, là fuori nel mare di Internet ne stanno circolando continuamente di nuove. Il digitale, come scrive Floridi, ha cambiato colore:
All’inizio il digitale era blu. Il blu elettrico delle tecnologie che vanno alla velocità della luce. Ed era il blu azzurro delle sue potenzialità. […] Non è durato molto. Il digitale ha iniziato a ingiallire, in certi angoli invecchiando malamente, come una vecchia polaroid.[3]
Per rimanere nella metafora marina, le fake news corrispondono alla spazzatura che viene riversata all’interno delle acque e con cui gli algoritmi si adattano egregiamente, considerandola come semplice materiale da portare alla visione dell’utente.
Questi algoritmi, infatti, sono ciechi, sordi e muti: garantiscono soltanto una funzionalità perfetta, non hanno codici etici o morali da seguire, rendendosi allora facilmente corruttibili.
Chi però non è cieco, sordo o muto, siamo noi e, dunque, anche i responsabili di quell’ingiallimento.
Il tentativo del fact-checking
Contro la diffusione di questa spazzatura, si cerca di tutelare le acque tramite lo strumento del fact-checking, ossia un passaggio al vaglio delle fonti rispettive, ma la battaglia risulta essere persa in partenza: se anche una certa notizia sarà smentita, chi ne è venuto a contatto difficilmente sarà ben disposto a rinunciarvi.
Anzi: proprio perché quella notizia viene smentita, allora vuol dire che dice qualcosa che, chi comanda, non vuole rendere noto.
La disseminazione sovrasta e domina ogni tentativo di confutazione: anche l’estremo tentativo di difendere la verità viene a decadere sotto i colpi della post-verità, un regno in cui non vigono ordine e regole, ma solo una plurivocità di voci dissonanti tra di loro, pretendenti tutte di possedere la certezza.
Dalle bolle alle schiume
I guai non finiscono qui: nel regno della post-verità, l’utente trasportato dagli algoritmi entra in contatto altre persone, le quali condividono le sue vedute, costituendo un nuovo fenomeno esemplificabile tramite la metafora della schiuma.
La schiuma è una dispersione di gas in un mezzo, prevalentemente liquido, con la relativa formazione di tante piccole bolle che presentano punti di contatto reciproci. Nel nostro contesto digitale, avremo tante filter bubble che, venendo a contatto tra di loro, costruiscono una schiuma digitale, identificabile con il termine echo chamber:
Un echo chamber prende vita quando un gruppo di partecipanti sceglie di connettersi preferenzialmente tra loro, escludendo gli estranei. Quanto più la rete è pienamente formata (cioè, quanto più connessioni vengono create all’interno del gruppo, e più quelle con gli esterni vengono interrotte) tanto più il gruppo è isolato dall’introduzione di punti di vista esterni, mentre le opinioni dei suoi membri sono in grado di circolare ampiamente al suo interno.[4]
Ognuna di queste schiume riterrà di avere accesso alla verità, i suoi membri avranno soltanto una continua conferma della propria posizione come se l’eco della loro voce risuonasse in una stanza. La direzione verso dove ciò porta è ovvia: assistiamo a una polarizzazione delle posizioni, laddove ci potevano essere ponti ora ci sono solo scudi, se non cannoni.
Voci dissonanti sempre più dissonanti, voci consonanti sempre più consonanti.
L’alba della bubble democracy
Tale terreno permette una facile germogliazione di due protagonisti dell’attuale panorama: il populismo e il complottismo.
I due fenomeni sono legati tra loro da una facilità nell’attirare su di sé le attenzioni: tanto un individuo può essere eletto a profeta del popolo quanto una fake news può assumere ruolo di verità insindacabile. Si tratta solo di saper cogliere l’andamento dei tempi, fare breccia nelle paure di individui, ed ecco che si crea un movimento pronto a sacrificarsi in nome di quella visione. La nostra epoca, infatti, verrà ricordata per una peculiarità tutta sua:
Gli storici che ripenseranno a quanto avvenuto nelle democrazie occidentali a partire dal 2008 – e cioè dall’anno in cui la crisi finanziaria assunse una portata globale e in cui un afroamericano giunse alla Casa Bianca – non potranno trascurare il fatto che, proprio in quello stesso momento, lo scenario comunicativo iniziò a mutare con ritmi accelerati rispetto al passato, e che proprio in quel nuovo contesto, la “maggioranza silenziosa” cessò di assomigliare all’audience passiva di uno spettacolo televisivo, per trasformarsi in uno sciame emotivo, carico di risentimento, all’apparenza ingovernabile.[5]
Eccoci immersi nella bubble democracy: se per gli antichi greci la democrazia era sinonimo di razionalità, in cui si cercava di giungere alla soluzione più equilibrata possibile tramite una ponderazione delle proposte, ora è sinonimo di emotività, tramite cui si impone chi più riesce a mobilitare con forza uno sciame imprevedibile.
Il cavallo di Troia del nostro tempo
Un secondo abitante del mare
Entro questa vicenda, esiste anche un altro lato della medaglia, ma che è più complesso da denotare e che, anzi, ci ha colto impreparati, seppure avrebbe potuto essere prevedibile fin dagli albori nel 2007.
Usufruendo dei nostri smartphone, produciamo una quantità di data, i cosiddetti big data, che corrispondono al mangime per gli algoritmi affinché, come già discusso, ci guidino nel mare di Internet.
Eppure, la questione non si risolve così facilmente: da parte delle aziende, le Big tech, sarebbe uno spreco ridurre il loro utilizzo solo a questo. Lo stesso mangime è destinato anche a un’altra specie che ha trovato il suo terreno fecondo nella tecnologia: l’Intelligenza Artificiale (IA). Il sito dell’Unione Europea riporta una sua definizione:
L’intelligenza artificiale (IA) si riferisce a sistemi che mostrano un comportamento intelligente analizzando il loro ambiente e prendendo decisioni – con un certo grado di autonomia – per raggiungere obiettivi specifici. I sistemi basati su IA possono essere puramente software, agendo nel mondo virtuale (ad esempio, assistenti vocali, software di analisi delle immagini, motori di ricerca, sistemi di riconoscimento vocale e facciale) oppure l’IA può essere integrata in dispositivi hardware (ad esempio, robot avanzati, auto autonome, droni o applicazioni dell’Internet delle cose).[6]
Il suo obiettivo è chiaro: imitare un comportamento umano in tutto e per tutto affinché possa arrivare a competervi. Ovviamente, per questo fine occorre nutrirsi proprio dei big data perché possa imparare, sperimentare e, nel momento in cui passi il test, proseguire in un continuo perfezionamento.
La caduta di Troia
Per comprendere gli effetti dell’IA, possiamo sfruttare una nuova metafora, con riferimento al Cavallo di Troia: noi siamo gli abitanti di Ilo che, ignari di cosa il cavallo potesse nascondere, lo abbiamo trasportato con noi entro le mura della città.
Nel momento di festa e di riposo, convinti di aver ormai superato il peggio e di poter godere di quanto meritato, ecco che dalla sua pancia di legno esce l’IA. Trovandoci impreparati a un tale scenario, risulta piuttosto complesso capire come comportarsi: occorre proporre una cultura digitale che sappia davvero stare al passo con i tempi e che possa garantire un’armonia tra uomo e macchina.
Una pars costruens non è mai stata così tanto necessaria come nel nostro tempo. Eppure, un altro grosso problema albeggia all’orizzonte: un problema culturale.
Il vuoto normativo
Il nostro passato culturale e il confronto con la rivoluzione digitale
Saper far fronte a queste nuove derive tecnologiche, dalla bubble democracy all’IA, richiede una società con una base solida che sappia sempre avere un occhio di riguardo per quanto accade. La capacità di saper normare un evento rientra pienamente in quest’ottica: non lasciarsi trovare impreparati dai cambiamenti a cui si va incontro, ma anzi adibirsi di un sistema di valori e disposizioni tali per cui i risultati comportati dalla direzione assunta non siano destabilizzanti.
La cultura umana, del resto, sopperisce proprio a questa potenzialità di confrontarsi con il mondo che verrà tramite della fondamenta solide sotto ai suoi piedi, tanto che è possibile denotare una cornice che possa definirne l’andamento.
Per buona parte della storia umana, gli sviluppi hanno impiegato decenni, se non secoli, per poter comportare qualcosa di davvero imponente entro la società.
Ciò ha permesso all’essere umano di farsi trovare pronto, o, al limite, di saper sopperire alle mancanze di volta in volta occorse, per poter sopravvivere: si pensi, ad esempio, all’affermazione dei vari corpi giuridici e legislativi, con la relativa cristallizzazione dei diritti, oppure alla produzione di valori funzionali all’unità e alla coesione sociale.
In questa fase di storia della civilizzazione, grossomodo dal suo inizio fino alla fine del XIX secolo, assistiamo a un andamento costante nel tempo, senza crescite impreviste ma sostenute.
Lo sviluppo tecnologico di oggi
Confrontato con la situazione odierna, un tale sviluppo risulta ormai parte del passato: non più una crescita moderata, ma una crescita sempre più marcatamente esponenziale.
Oltretutto, proprio questa impennata registrata tra il XX secolo e primi 20 anni del nuovo è contraddistinta dalla presenza sempre più costante e indispensabile nella vita quotidiana dei suoi prodotti. Non sono più solamente inerenti alla produzione industriale, amministrativa (compresa bellica), ma hanno varcato la porta d’ingresso delle nostre case, senza avere intenzione di abbandonarle.
La situazione di oggi ha raggiunto dei livelli di velocità tali che nessuno si sarebbe mai aspettato: chi ha potuto vivere anche solo gli ultimi 30 anni, ha notato un cambiamento di usi e costumi radicale e con una rapidità che nessun’altra generazione del passato ha potuto mai assistere.

Il paradosso della legge di sabbia
Conseguenza di ciò è un’impasse: lo sviluppo è talmente repentino che, dall’oggi al domani, ogni tentativo di normare e contribuire alla costruzione di una cultura adatta ai tempi è particolarmente ostico.
Viviamo il paradosso della legge di sabbia: prima ancora di solidificarsi in roccia, ossia diventare fondamento, il suo stato passa immediatamente a quello sabbioso.
Ovviamente, si tratta di un’esagerazione, ma rende chiara la difficoltà di proporre un approdo sicuro da cui muoversi per andare incontro a un futuro migliore. La roccia nel corso dei secoli, a causa dell’orogenesi, diventerebbe ugualmente sabbia, ma, prima di diventare tale, blocca la furia delle intemperie. Ma senza una concretizzazione, quelle intemperie proseguono senza nulla a contrastarle: difronte a questo vuoto normativo, il futuro non ci riserva grandi vittorie.
Esiti apocalittici
Dune: un affondo sulla trama
A chiosa di quanto scritto, possiamo attingere a un possibile scenario di quale potrà essere il nostro futuro se continuiamo a vivere in tale paradosso, considerando il monumentale romanzo fantascientifico Dune di Frank Herbert.[7]
L’autore immagina un futuro molto lontano in cui il duca Leto Atreides, riscuotendo grande popolarità a seguito del suo grande carisma, suscita le preoccupazioni dell’imperatore Shaddam IV in quanto teme che potrebbe spodestarlo.
Non potendo attaccarlo direttamente, per evitare una rivolta di tutte le altre case, sfrutta la faida secolare tra gli Atreides e gli Harkonnen come copertura al fine di ottenere il suo obiettivo: lo scenario della trappola è il pianeta Arrakis, detto Dune, un pianeta desertico ostile ma il più importante della galassia in quanto offre una sostanza psichedelica (la sabbia) che permette di dischiudere potenzialità latenti umani e funge da carburante per le navi spaziali.
Fingendo di concedere il controllo del pianeta agli Atreides, Shaddam studia un assalto con gli Harkonnen per mettere fuori gioco l’intera casta avversaria, fallendo però nell’intento: il figlio del conte Leto, Paul, sopravvive all’imboscata e sarà suo compito vendicarsi.
La Jihad Butleriana
A lato di questa trama, più volte nel corso del romanzo si hanno dei riferimenti a una grande rivolta degli esseri umani contro le macchine dotate di intelligenza artificiale. Pur non venendo mai approfondita da Herbert[8], la Jihad Butleriana risulta essere una parte fondamentale del passato mitico dell’intera storia.
La ribellione è mossa dal principio religioso contenuta nella Bibbia Cattolica Orangista[9], recitante “non sfigurare la tua anima”, che le dona il carattere religioso come jihad, parola araba indicante la guerra santa.
Da questo scontro, nasce una nuova morale e cultura che prevede una ridefinizione delle capacità umane: da una parte, i Mentat, calcolatori umani con uno sviluppo della logica al massimo livello, dall’altra le Bene Gesserit, conoscitrici dell’animo umano tanto da poter controllare quello altrui tramite la forza della voce e, infine, i Navigatori della Gilda Spaziale, costretti ad abbandonare i computer di bordo e sfruttatori della sabbia di Arrakis per trovare il percorso da seguire.
Il principio guida che ha comportato tale nuovo paradigma è autoesplicativo: non costruirai una macchina a somiglianza di una mente umana.
Una vittoria o una sconfitta?
Aspetto rilevante è la data di apparizione del romanzo, ossia il 1965, anni diversi da quelli che viviamo oggi, ma che comunque già allora mostravano il germe di ciò che ci avrebbe potuto riguardare nel futuro.
Forse, però, è tempo di guardare in faccia quanto davvero possa essere ancora lontano quel futuro: certamente possiamo continuare a fingere che sia ancora lontano, ma rischiamo forse di vivere in un eterno procrastinamento che non ci permette di evitarlo e, soprattutto, di calcolare la reale distanza.
Altrettanta degno di nota risulta essere proprio la legge a cui sono giunti gli abitanti di quell’universo fantascientifico, frutto di una guerra complessa, durata per lunghi anni, contro un’entità potenzialmente inarrestabile in grado di tenere testa all’essere umano.
Le sue conseguenze hanno comportato un nuovo sistema normativo, ma che ha profondamente riscritto la società e, soprattutto, la specie umana: il paradosso della legge di sabbia è stato spezzato, eppure la situazione ottenuta sembra una sconfitta per tutti.
Infatti, non è stato possibile costruire un rapporto proficuo con l’ambiente digitale, dato che è stato necessario interrompere e lacerare ogni rapporto con esso, comportando una reale resa dei conti con ciò che l’uomo ha contribuito a produrre inebriato dal progresso. Non la migliore delle soluzioni: nessuno è davvero uscito vincitore da quella guerra.
Tra ideal-tipo e realtà
L’analisi svolta ha considerato il peggiore degli scenari possibili, come se fosse già in atto un’irrimediabile destino che possiamo solo accettare.
In realtà, questi toni sono stati solo funzionali per un confronto e una presa di coscienza forte di quanto ci possiamo aspettare per l’indomani. Come Palano scrive, in particolare con riferimento alla bubble democracy:
La sagoma della bubble democracy non deve essere interpretata come la descrizione fedele di ciò che sono oggi le democrazie occidentali, e neppure nei termini di una previsione deterministica sui mutamenti nel comportamento di voto, sulle scelte di consumo mediale, sulla crisi dei media tradizionali o della tv generalista. La funzione di questa immagine è piuttosto finalizzata a comprendere in quale misura i sistemi politici occidentali risultino oggi vicini al modello della bubble democracy. E il tentativo compiuto nelle pagine che seguono non può che essere provvisorio, parziale e destinato probabilmente a essere rivisto, anche in conseguenza dei mutamenti di una realtà magmatica in costante trasformazione.[10]
Si tratta, infatti, soltanto di un ideal-tipo, ossia una costruzione teorica che, attingendo da elementi reali del nostro tempo, può ricostruirne una direzione plausibile e prossima se il timone non dovesse invertire la rotta.
Esisterà, però, un punto di ritorno oltre il quale non sarà più soltanto un ideale, ma sarà la nostra realtà contro cui saremo costretti a scontrarci quotidianamente.
Il paradosso della legge di sabbia ci interessa costantemente, anche mentre queste parole vengono lette (e scritte) quel magma è in costante movimento e potrebbe produrre qualcosa di nuovo, allontanandoci dall’ultima normazione che è stato possibile porre e avvicinandosi sempre di più a quell’ideal-tipo.
A un occhio critico, quindi, sarà sorta una domanda da cui non è possibile distogliere lo sguardo: e se quel punto di non ritorno fosse già stato superato?
Se ogni tempo ha una sfida, il nostro richiede un confronto con il paradosso della legge di sabbia per confutarlo, scioglierlo oppure raggirarlo. Non siamo mai stati in cerca di una cultura come in questa epoca.
Bibliografia
- Bruns, A., Are filter bubbles real?, Polity Press, Cambridge 2019.
- Floridi, L., Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020.
- Herbert, B., Anderson, K. J., Legende di Dune, Mondadori, Milano 2023.
- Herbert, F., Dune, Fanucci Editore, Roma 2019.
- Palano, D., Bubble democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione, Editrice Morcelliana, Brescia 2020.
- Pariser, E., The Filter Bubble. What the internet is hiding from You, The Penguin Press, New York 2011.
Sitografia
- Indipendent High-Level Expert Group on Artificial Intelligence Set up by the European Commission, A definition Of AI: Main Capabilities and Discipline (https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/node/2226).
Note
[1] L. Floridi, Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020, p. 65.
[2] E. Pariser, The Filter Bubble. What the internet is hiding from You, The Penguin Press, New York 2011, pp. 12-13.
[3] L. Floridi, Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica, cit., p. 71.
[4] A. Bruns, Are filter bubbles real?, Polity Press, Cambridge 2019, p. 121.
[5] D. Palano, Bubble democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione, Editrice Morcelliana, Brescia 2020, p. 25.
[6] Indipendent High-Level Expert Group on Artificial Intelligence Set up by the European Commission, A definition Of AI: Main Capabilities and Discipline, p. 1. La definizione riportata è minima e occorrerebbe maggiore spazio per ampliarla, ma rende almeno un’idea generale di cosa sia l’IA. Il file è reperibile qui: https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/node/2226.
[7] F. Herbert, Dune, Fanucci Editore, Roma 2019. A buona ragione può essere considerabile l’opera fantascientifica più importante di sempre, dato il suo record di 12 milioni di copie vendute.
[8] L’evento viene approfondito dalle opere scritte dai figli sulla scorta di appunti e aggiunte fatte a quanto lasciato da Frank stesso. cfr. B. Herbert, K. J. Anderson Legende di Dune, Mondadori, Milano 2023.
[9] Principale testo religioso ortodosso nell’Universo di Dune.
[10] D. Palano, Bubble democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione, cit., p. 137.
Contributi
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- Articolo di: Tommaso Donati
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