(In copertina: illustrazione. “Tecnofeudalismo“)
L’uso dello smartphone ci riporta indietro nel tempo, in un sistema che ormai è considerato desueto ed istinto: il feudalismo. Le nuove vesti sotto cui si ripresenta, risultano essere dettate dal potere degli algoritmi di poterci controllare e indirizzare. Laddove i prodotti sono gratuiti, siamo noi che veniamo venduti: servi della gleba che cedono la loro attenzione per farsi manipolare la mente, riversandoci completamente su internet. Il potere, in questi termini, si presenta sotto le spoglie dell’ipnocrazia: un flusso costante che domina le coscienze entro cui partecipiamo attivamente. Quali vie di fuga?
Sotto le apparenze
Feudalesimo: tra storia e quotidianità
La maggior parte delle persone, come prima cosa la mattina appena sveglia, accende il telefono per aggiornarsi sulle ultimissime notizie oppure per leggere quei messaggi delle chat accumulati durante la notte. Dietro questa azione semplice, si celano molto più di quanto si possa immaginare, tanto da diventare il sintomo del nostro tempo. Infatti, qualcosa di molto remoto viene richiamato tramite questa routine quotidiana, qualcosa che trova la sua collocazione diversi secoli fa, ritenuta ormai superata: il feudalismo.
Il sistema feudale era il sistema sociale caratteristico dei secoli immediatamente successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, in particolare tra X e il XII secolo. Il suo fondamento risiedeva sul meccanismo del vassallaggio: in cambio di omaggio personale, il signore (feudatario) concedeva ai grandi signori dipendenti (vassalli) immunità specifiche sui suoi territori tramite assegnazione di specifiche funzioni pubbliche. Al gradino più basso, erano collocati i servi della gleba che, oltre a lavorare la terra del signore, avevano precisi obblighi nei suoi confronti, in particolare il versamento di tributi: la libertà veniva guadagnata tramite pagamento di una tassa di riscatto. Tale sistema, almeno in termini propri, non si riscontra nella nostra società contemporanea dato che una rigidità gerarchica stabilita da ordine divino, e da rispettare ad ogni costo, ormai non sussiste più ma, anzi, al suo posto vengono concessi diritti pari a ciascun individuo con uguale opportunità di salire l’ascensore sociale.[1] Però, ciò che a livello fisico non si registra, si palesa a un livello virtuale: internet presenta le stesse identiche dinamiche, smascherando quell’ingenuità dell’aggiornare il feed di notizie che, quotidianamente, compiamo.
Il potere dell’algoritmo
Protagonista indiscusso di questo ‘ritorno al feudalismo’ è, senza ombra di dubbio, l’algoritmo su cui si basano tutte le applicazioni: imparando dalle nostre preferenze, si adatta e si perfeziona like dopo like, costruendo attorno a noi una vera e propria bolla algoritmica. La sua funzione, in un primo momento, risulta senz’altro opportuna: nella marea di internet, avere un radar che sonda il territorio e valuta ciò che può essere affine ai nostri gusti svolge un buon lavoro. Il problema, però, sorge quando il radar prende il controllo della nave poichè non siamo più noi a decidere dove andare, ma è l’algoritmo che ci guida. Varoufakis, a tal proposito, pone un esempio molto chiaro, considerando un assistente vocale che ormai molti di noi hanno nelle proprie case: Alexa.
Mentre chattiamo al telefono, o ci muoviamo e facciamo cose in casa, Alexa ascolta, osserva e impara le nostre preferenze e abitudini. Man mano che ci conosce sviluppa una straordinaria capacità di sorprenderci con buoni consigli e idee intriganti. Prima che ce ne rendiamo conto, il sistema che si nasconde dietro Alexa ha acquisito poteri sostanziali per curare la nostra realtà al fine di guidare le nostre scelte, in modo efficace per controllarci.[2]
Più trascorriamo tempo in loro compagnia, più ci controllano. Si crea un effetto paradossale: nati con l’obbiettivo di poter esprimere maggiormente la nostra libertà e personalizzare la nostra esperienza, ci ingabbiano in uno spazio in cui sono loro a decidere dove guidarci.
Dispositivi: tra ieri e oggi
Il ruolo della retroazione
L’applicazione del potere per dei fini sociali non è una novità nel panorama culturale: siamo circondati perennemente da dispositivi che instaurano degli effetti di soggettivazione nei nostri confronti. A tal proposito, la biopolitica gioca un ruolo a favore, data la sua esigenza di concretizzare in una rete di tecniche, controlli, amministrazione il potere istituzionale affinchè sia possibile ottenere degli individui plasmati in un certo modo. Le nostre azioni sull’ambiente, infatti, non sono pure e neutre, ma comportano un feedback in base al quale adattare il nostro comportamento e, quando le istituzioni ne vengono a conoscenza, lo sfruttano a loro piacimento. Un caso esemplare è la designazione dei carceri e dei manicomi, grazie a cui la distinzione tra “normalità” e “anormalità” si basa sul discrimine di alcune regole impostate alla società. Agamben, riprendendo Foucault, ne offre una definizione chiara:
Ciò che io cerco di individuare con questo nome è, innanzitutto, un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, in breve: tanto del detto che del non-detto, ecco gli elementi del dispositivo. Il dispositivo è la rete che si stabilisce tra questi elementi […][3].
Non occorre fare uno sforzo complesso per immaginare un dispositivo: la ruota stessa diventa essenziale per il mondo contemporaneo e, quindi, anche per il soggetto. L’idea di potersi muovere per le strade stabilisce una certa ‘norma’ tanto che, se un paese ne dovesse risultare sprovvisto, risulterebbe ‘anormale’.
Dai corpi alle menti
Ma se quindi le concrezioni del potere sono un fenomeno comune e noto, qual è la novità che ha comportato l’algoritmo? Il passaggio è sottile: non si tratta più di controllare i corpi, ma di controllare le menti. Possiamo tornare all’esempio di Varoufakis: noi addestriamo Alexa ma, prima di rendercene conto, Alexa addestra noi instaurando un feedback continuo da cui migliorarsi sulla base delle nostre informazioni e, di risposta, addestrarci ancora meglio. La conseguenza è evidente: gli algoritmi possiedono un potere unico che a lungo è stato considerato solo degno della migliore della magie, ossia la possibilità di controllare la mente altrui. Ovviamente, un tale potere è esercitato da un mago che, in attinenza con il nostro esempio di Alexa, sarà Amazon. Più in generale: i nuovi ‘capitalisti del cloud’. Tutto ciò è stato reso possibile dal luogo naturale del cloud, ossia internet.
Il tecnofeudalismo
L’ambiente online è il suolo adatto per costruire una nuova struttura gerarchia al fine di ricavarne il massimo, sfruttando il potere dell’algoritmo. Tale struttura consiste, di fatto, nel ritorno del feudalesimo sotto nuove veste, definibile tecnofeudalismo:
[…] Trasformare i lavoratori dei magazzini, che guidano i taxi e consegnano il cibo in cloud prolet [proletari del cloud]. Per creare un mondo in cui i mercati siano sempre più sostituiti dai cloud fiefs [feudi del cloud]. Costringere le imprese al ruolo di vassalli. E per trasformare tutti noi in cloud serfs [servi del cloud], incollati ai nostri smartphone e tablet, producendo avidamente il capitale del cloud che mantiene i nostri nuovi padroni al settimo cielo.[4]
Da ambiente che avrebbe dovuto garantire a tutti un’uguaglianza ed un accesso comune alle informazioni, internet è stato recintato da tanti nuovi capitalisti (Amazon, Google, ecc.) che aumentano il loro capitale sfruttando la nostra attenzione, manipolata dagli algoritmi, per venderla a terze parti, i nuovi vassalli. Ecco cosa succede quando accettiamo i cookies di un sito: con la falsa premessa di tutelare la privacy dell’utente, tutte le nostre azioni vengono trasformate in dati, pronte ad essere vendute a terze parti intenzionate a vendere a noi i loro prodotti, essendo in sintonia con le nostre preferenze. Se la piramide mangia la nostra attenzione, al contempo mangia i diritti di coloro che sono sottomessi allo stesso algoritmo per fini lavorativi: dovendo garantire che quel prodotto ordinato giunga a noi, vengono sottoposti a ritmi insostenibili con quasi nessun rispetto per i loro diritti. Noi lavoriamo gratis, loro cedono la loro salute e sicurezza. Ecco i nuovi servi della gleba e i nuovi proletari.
Ipnocrazia: le conseguenze del nuovo potere
L’esperimento di Berlino
Nel dicembre 2023, un gruppo di ricercatori della Freie Universitat Berlin ha condotto un esperimento concernente la costruzione di una realtà fantoccia sfruttando gli strumenti digitali. Il risultato di questo esperimento è un libro, “lo stato crepuscolare digitale” attribuito a un accademico giapponese, Hiroshi Tanaka, e ben presto tutti ne iniziarono a parlare, ampliando anche la teoria e creando veri e propri di discussione. La sua peculiarità? Obiettivo vero dell’esperimento era far credere alle persone che fosse avvenuto realmente: diversi attori assunti per fingere che esistesse davvero tutto ciò riuscirono a convincere le persone della sua reale esistenza.
Con questo resoconto, Xun ci introduce alla nuova realtà contraddistinta dalla forma di potere algoritmica che domina nel tecnofeudalismo: l’ipnocrazia.
La realtà si è dissolta in infinita riproduzione. Non esiste più alcuna idea centrale, nessun punto fisso da cui osservare il mondo. ogni immagine si riflette in un’altra, ogni narrazione si moltiplica e si frammenta fino a perdersi nel rumore. Non c’è più vero o falso, ma solo l’infinita proliferazione di possibilità. Il reale non può essere posseduto, verificato o conquistato. Lo si può soltanto guardare svanire.[5]
Il mare in burrasca
Ecco le conseguenze del dominio degli algoritmi: un mondo in cui non esiste più possibilità di scontrarsi con il reale, quel substrato concreto che dovrebbe alla verità in quanto lo stesso concetto di ‘verità’ ormai è desueto. Ciascuno, infatti, vive nella sua realtà modellata a suo piacimento, portata avanti per sfruttarlo al massimo, al fine di ricavarne ancora più dati da vendere. Gli spazi digitali non mediano più solo la realtà ma la riscrivono a loro piacimento, trascinandoci ora da una parte e ora dall’altra: il soggetto perde l’orientamento e si lascia cullare da questa alta marea.
Il ritmo è fondamentale: alternanza studiata tra shock e torpore, tra eccitazione e spossatezza, tra paura e rassicurazione. Come un ipnotizzare che modula voce, il sistema ipnocratico alterna crisi e calma apparente, emergenze e distrazioni, minacce e conforti. Questa pulsazione continua mantiene la coscienza in uno stato di perpetua instabilità controllata.[6]
Di conseguenza, la navigazione su internet ormai è diventata una traversata in un mare in burrasca che, alternando momenti di calma, è pronto nuovamente a gonfiarsi e colpirci di nuovo: alternare momenti di piacere a momenti di shock è la strategia vincente per mangiare ancora più attenzione dell’utente.
L’inutilità del dissenso
Se questo potere non si applica sui corpi, ma sulle menti, allora anche le espressioni di dissenso e di critica diventa parte del bottino: essendo prodotto della mente, soddisfano comunque l’utente di “star facendo il suo lavoro” dandogli un senso di gratifica e assorbendolo nel sistema senza che se ne accorga:
Il contenuto politico radicale diventa personal branding. La critica sistematica diventa un percorso verso la monetizzazione, e il confine tra attivismo e creazione di contenuti sfuma fino a diventare indistinguibile. Il sistema non ha bisogno di cooptare queste voci: si cooptano da sole, nell’atto stesso di cercare visibilità, convinte fino alla fine di star “agendo per il bene”. Nel frattempo, le app ti aiutano a usare meno le app, e il sistema trae profitto dal proprio rifiuto. Ogni tentativo di fuga fa marcia indietro e torna alla base.[7]
La bolla attorno all’utente si aggiorna, viene a contatto con ciò che lo aggrada e con altri con cui condivide quella prospettiva in cui tutti sono convinti di essere dalla parte giusta e di lottare per il cambiamento. Ma la realtà è ben diversa: chi critica questo sistema, è il primo a finirne vittima.
Una soluzione?
Rimanere sulla soglia
Il tecnofeudalismo, con la sua esternazione in ipnocrazia, sembra avere la vittoria totale. Non sembrano esserci vie di fuga. Eppure, forse la risposta non viene dal tentativo di sfidarlo, quanto piuttosto da osservare come si comporta: esiste un punto di soglia su cui poter rimanere e da cui cercare di valutare la situazione. Imparare a vivere l’ipnocrazia accettandola per come è, senza voler cambiarla, la porta sotto nuova luce mettendo in mostra come l’esperienza umana sfugga da una completa datificazione. Rimanere sulla soglia, dunque, accredita ulteriormente ciò che siamo: perché devo per forza condividere un certo momento su Instagram e non viverlo per conto mio? Occorre imparare a vivere zone di invisibilità algoritmica:
Una forma di resistenza invisibile è l’uso intenzionale del tempo per ritagliarsi momenti di non-produzione che non possono essere sfruttati dal sistema. Si tratta di creare pause intenzionali, di rallentare il ritmo della propria esistenza in modi che non possono essere capitalizzati o ottimizzati.[8]
Questi spazi creano occasioni di non-performatività, di non messa in mostra: se l’ipnocrazia si basa su previsioni dettate dall’algoritmo, allora è necessario essere imprevedibili. Potrebbe sembrare banale, ma, forse, questo abitare in zone invisibili iniziano quando il telefono viene spento e si resiste all’impulso di condividere ogni attimo della propria vita.
Riscoprire la privacy
La vita su questa soglia sottolinea una seconda esigenza: ristabilire un diritto alla privacy. Dato che il tecnofeudalismo piccona le nostra libertà svendendo le nostre esperienze per aumentare il suo capitale, imparare a vivere quel sottofondo che sfugge all’algoritmo potrebbe riportare in auge l’importanza di una dimensione privata da salvare. Se le catene assediano la nostra mente, non occorre spezzarle ma vedere perché è stato possibile che si formassero. Ma è possibile avere un assaggio reale di quella privacy? Lo stesso Xun ci permette di intravedere una risposta, ma per farla emergere è necessario scavare sotto il testo: una sua lettura basilare non ci aiuta a trovare quel qualcosa in più che sfugge.
Vedere in controluce
Per proseguire, occorre tornare all’esperimento di Berlino precedentemente descritto: andando a cercare su internet, non appare nessun risultato di quello studio. Di fatto, non è mai esistito, è tutta una creazione dei Xun. Ma se non esiste, allora non potrebbe essere il suo libro un meta-esperimento con lo stesso obbiettivo? Infatti, in tutta l’opera non ci sono note a fondo pagina, e di Jianwei Xun si sa bene poco, forse nemmeno esiste. Si apre, allora, un regresso all’infinito che pone una domanda: che tutta questa presunta finzione sia un invito ad abitare la soglia? Se quanto dice ha il compito di metterci in guardia rispetto alla manipolazione delle menti, non notare questa ironia rischierebbe di ottenere l’effetto opposto e, quindi, di farci manipolare e influenzare da quanto lui stesso scrive. C’è un indizio a tal riguardo:
Queste forme di vita […] non possono essere prescritte o programmate. Possono solo emergere dalla pratica paziente di un’attenzione diversa, dalla coltivazione costante di una sensibilità alle crepe del sistema, dalla persistenza silenziosa di modi di essere che il regime ippocratico non può né vedere né catturare.[9]
Tali nuove forme di vita che si collocano al di là non possono essere trattate in questa sede, altrimenti si proporrebbe un’ulteriore esemplificazione dell’ipnocrazia. Ovviamente, già solo consultando questo articolo si è vittima di quel sistema, con la riproposizione di un nuovo regresso all’infinito che culmina, nuovamente, con quella domanda: che tutto questo sia un invito ad abitare sulla soglia?
Contributi
Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.
- Articolo di: Tommaso Donati
- Correzione bozze, impaginazione e SEO editing: Alessio Urgese
Se anche tu vuoi contribuire e unirti al nostro team, compila il nostro form e verrai contattato da uno dei nostri collaboratori.
Bibliografia
Agamben, G., Che cos’è un dispositivo?, nottetempo srl 2006.
Varoufakis, Y., Technofeudalism. What killed capitalism, Yanis Varoufakis 2023.
Xun, J., Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Tlon 2025.
[1] La questione è anche più complessa di così, dato che non esistono solo democrazie liberali, e, inoltre, la classe dei ricchi tende sempre di più a diventare una nuova casta chiusa. In questa sede, tali tematiche non verranno trattate, essendo una questione secondaria per i nostri fini.
[2] Y., Varoufakis, Technofeudalism. What killed capitalism, Yanis Varoufakis 2023, p. 64.
[3] G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, nottetempo srl 2006, p. 6.
[4] Y. Varoufakis, Technofeudalism. What killed capitalism, cit., p. 88.
[5] J. Xun, Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Tlon 2025, p. 23.
[6] Ivi, p. 23.
[7] Ivi, p. 67.
[8] Ivi, p. 77.
[9] Ivi, p. 98.
