The Brutalist

(In copertina: una scena dal film “The Brutalist“)

Premio Oscar per migliore colonna sonora, per la migliore fotografia e come miglior attore protagonista per Adrian Brody; Golden Globe come miglior film drammatico e quello come migliore regista per Brady Corbet. Potremmo dedicare questo articolo solo all’elenco di tutte le candidature e dei premi vinti da “The Brutalist”, ma come si spiega questo straordinario successo?

Come reagireste se vi dicessimo che il protagonista interpretato da Adrian Brody, l’architetto ebreo ungherese László Tóth, non è mai esistito? E allora, da chi è ispirato il film? Le architetture presenti nel film esistono nella vita reale?

In questo articolo cercheremo di rispondere a queste domande, senza troppi spoiler, analizzando sia la componente cinematografica sia quella architettonica, forse la vera protagonista del film.

László Tóth, il protagonista, in una scena del film

LA TRAMA

È il 1947 e il nostro protagonista, László Tóth, scampato per un soffio dal campo di concentramento di Buchenwald, si ritrova a dover emigrare negli Stati Uniti; qui si trova ad essere ospitato dal cugino Attila Molnár, immigrato prima della guerra in Pennsylvania. La tragedia della Shoah separa anche László dalla moglie – inizialmente creduta morta – fino a quando non riceve una lettera in cui gli comunica di essere al sicuro in un campo profughi dell’Armata Rossa e che appena avrà il visto lo raggiungerà. 

Nel frattempo il protagonista comincia a lavorare per il cugino, che nel frattempo è diventato un imprenditore, disegnando di oggetti di design per il suo negozio di mobili. La svolta arriva con il borghese Harry Lee Van Buren, che chiede l’aiuto di László e Attila per fare una sorpresa al padre mentre quest’ultimo è fuori città: rimodernare il suo studiolo. I due si mettono all’opera ottenendo un risultato magnifico, in massima parte grazie al grande talento come architetto del protagonista, e mettendosi in mostra agli occhi del ricco committente. Purtroppo per loro però Harrison – il padre di Buren – non la pensa così, e dopo una furiosa litigata caccia via i due cugini.

Nonostante l’incidente, qualche anno dopo László verrà a sorpresa ricontattato da Harrison con un compito di primo piano: la costruzione di un centro ricreativo per la comunità a Doylestown, in memoria della defunta madre.

THE MARGARET LEE VAN BUREN CENTER FOR CREATION AND ACTIVITY

Calcestruzzo a nudo. Questa è la scelta stilistica di László e che, come approfondiremo successivamente, caratterizzerà l’intero movimento artistico.

L’edificio ha una funzione polivalente per la comunità: deve essere sia una libreria, sia una palestra, sia un teatro. La comunità cristiana insiste anche per avere anche una chiesa il cui l’altare – realizzato in marmo di Carrara – è al centro di tutto il complesso, illuminato da un lucernario a forma di croce sul soffitto.

L’accesso al complesso avviene attraverso una stretta e lunga scalinata, che conduce alla parte infossata dell’edificio. Le stanze, dall’esterno, vanno a formare una croce sormontata da due torri; queste, a loro volta, vanno a formare un’altra croce che si erge sopra tutto il resto dell’edificio.

Screenshot
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Ma cosa rappresenta simbolicamente questo edifico?

Prima di tutto, i campi di concentramento: László non sta solo costruendo un’edifico, sta costruendo la sua stessa prigione. Tramite quella stretta scala sta portando i visitatori in quegli ambienti, claustrofobici, privi di finestre, dai soffitti alti e terrificanti che il protagonista ha visto in prima persona. 

Rappresenta anche l’ossessione di László: così preso dalla simmetria e la perfezione che quando l’appaltatore cerca di ridimensionare i costi, decide di sborsare di tasca sua. Progressivamente, il senso stesso dell’edificio comincia a oscillare, ad esempio con l’aggiunta di un’inutile cisterna.

Oltre ai i traumi e alle ossessioni del protagonista, possiamo trovare anche il tema del suo soggiorno negli Stati Uniti: nonostante le sue origini ebree, è costretto a immergersi in una comunità cristiana che non sembra nemmeno volerlo, e a lavorare per la famiglia Van Buren con ha questo legame di disprezzo misto a bisogno. Lui non vuole stare lì, ma desidera completare la sua opera a qualunque costo.

Ma la parte più interessante questo edificio è che non esiste: a parte nelle miniature che László utilizza per presentare il progetto, non vedremo quasi mai l’edificio nella sua interezza proprio perché è un edificio inventato, esattamente come il protagonista e la sua storia. Brady Corbet, infatti, dato anche il budget limitato del film, non poteva certamente permettersi di usare tonnellate di cemento per costruire un vero Istituto. Tramite alcuni trucchi prospettici e finti set riesce comunque a darci l’idea che l’edificio stia lì, a fissarci e inghiottirci.

L’ISPIRAZIONE PER L’ISTITUTO

Quindi, da quali edifici ha tratto ispirazione il regista per concepire l’Istituto? Come abbiamo già accennato, i campi di concentramento, a livello di design e di architettura, sono stati fonte di ispirazione per la progettazione dell’istituto, ma ovviamente non le uniche.

Per cominciare, l’edificio che ha più ispirato il film è stato il Sal Instituite dell’architetto Louis Kahn: prestigioso istituto per la ricerca scientifica di San Diego, venne commissionato nel 1959 da Jonas Salk, l’ideatore del primo vaccino antipoliomielite. 

Salk Instituite

Del progetto, che doveva ospitare anche alloggi e aree conferenze, venne costruito solo il laboratorio. L’impianto semplice: un cortile è abbracciato da due blocchi di edifici paralleli denominati Study Towers, realizzati interamente in calcestruzzo. Al centro troviamo uno specchio d’acqua che, andando a finire in alcune vasche sottostanti, crea un effetto ottico che fa perdere la linea nell’orizzonte. Le Study Towers sono state abbellite con rifiniture in vetro e di legno Tek, riprendendo il giardino che inizialmente sarebbe dovuto essere alberato.

Nella cisterna dell’Istituto, invece, possiamo ammirare il vero raccoglitore d’acqua di Budapest, ideato da József Gruber, che potremmo anche considerare uno “spazio liminale” (citando Wikipedia, un “luogo di transito e connessione privo di soggetti, reale o immaginario, che genera un senso di inquietudine o nostalgia”). Questo luogo inusuale, costruito a partire dagli anni ’70 e terminato nel ‘78, si trova sotto Gellért Hill, una ricca sona residenziale nella città di Budapest, sopra il Danubio. Composto da due bacini, caratterizzati da 106 colonne allungate, può contenere fino a 80 milioni di litri d’acqua, che vengono svuotati ogni anno nel mese di marzo. La forma dei due bacini, simile a quella di un pianoforte, è utile per evitare che all’interno della struttura vadano a formarsi vortici d’acqua, oltre a preservarne la qualità.

Raccoglitore d’acqua Budapest

E il lucernario da dove prende ispirazione?

Per questo dobbiamo spostarci in Giappone, precisamente a Ibiraki nella prefettura di Osaka, dove possiamo ammirare la Chiesa della Luce (茨木春日丘教会), costruita dall’architetto Tadao Andō nel 1989. Questa chiesa si presenta come un’enorme scatola di cemento armato, spoglia dei tipici riferimenti cristiani, eccetto per la croce che apre il muro dietro l’altare. Questa funge da finestra, dalla quale entra la luce naturale che da il nome alla chiesa, che vuole comunicare il rapporto tra uomo e natura.

Chiesa della Luce

Sempre dal Giappone, sull’isola di Naoshima, e sempre a opera di Tadao Andō, potrebbe provenire un’altra ispirazione: il Chichu Art Musem, costruito nel 2004. Gli edifici del museo sono prevalentemente sepolti sottoterra, spuntando fuori in vari spazi con forme geometriche differenti. Nonostante ciò pure qui, come in altre opere dell’architetto giapponese, il rapporto con la luce naturale è ben presente. La scelta di seppellire parte del museo è sempre legata alla volontà dell’artista di intrecciare il rapporto tra esseri umani e natura. Il museo ospita opere di tre artisti in particolare: James Turell, Claudie Monet e Walter De Maria; ognuno ha la propria stanza, progettata in modo da accentuare il rapporto con le opere ospitate e, ovviamente, la natura.

Per esempio, lo spazio dedicato all’impressionista Monet è realizzato completamente in marmo bianco, sulle cui pareti vengono conservati alcuni quadri del ciclo delle ninfee. La stanza di James Turell, in particolare sembrerebbe aver avuto un ruolo nell’ispirare l’estetica dell’Istituto, con i suoi giochi di luce al neon in un ambiente nebbioso. Le opere Sky Spaces di Turell permettono infatti di amplificare la percezione e la consapevolezza sensoriale; un esempio è il cubo Afrum I, dove la luce crea un’illusione del volume.

Sicuramente James Turell è stato di ispirazione grazie anche al suo SkySpace Lench: situata in Austria a quasi 1800 metri d’altezza, questa installazione artistico-architettonica è un altro esempio degli spazi progettati dall’artista. L’apertura nel soffitto, dotata di una cupola in metallo, permette di creare i classici effetti percettivi e di luce che caratterizzano i suoi lavori.

SkySpace Lench

Per il prossimo luogo dobbiamo spostarci invece in Texas, per ammirare la Cappella Rothko di Houston. Costruita tra il ’64 e il ’71 dagli architetti Philip Johnson, Howard Barnstone ed Eugene Aubryal per ospitare i dipinti di Mark Rothko, esponente dell’espressionismo e del Color Field a cui è dedicata la cappella, l’edificio si presenta come un ottagono di mattoni dalle pareti di stucco grigio e rosa, iscritto in una croce greca, e provvisto di un lucernario a luce diffusa. Questo luogo non funge solo come mostra artistica, ma anche come luogo di culto aperto e tutte le religioni. 

Anche la sede centrale della Johnson Wax, un’azienda di articoli per la casa, probabilmente è stata fonte d’ispirazione.

Ma i riferimenti non si fermano qui. In un’intervista di Vogue Judy Becker, la scenografa del film, ha dichiarato a proposito:

Sono stata molto influenzata da questa sinagoga progettata da Marcel Breuer che aveva la forma di una stella di David, ma si poteva vedere solo dall’alto. Sono stata anche ispirata dal sistema della metropolitana a Washington D.C., in quanto ha questa scala discendente enormemente ripida progettata da un architetto di nome Harry Weiss.

E PER I MOBILI?

Ovviamente l’ispirazione di Brady Corbet non si è limitata all’Istituto, ma anche per gli oggetti di arredo che vengono creati da László Tóth.

La scena in cui entra nel negozio del cugino, che vende mobili in stile coloniale tipico dell’America del tempo, ci fa già intendere i gusti dell’architetto: quelli di sua progettazione riprenderanno lo stile che contraddistingue Tóth, dove lo vediamo costruire mobili con praticamente materiali trovati in giro. Da qui comincia la sua matrice modernista.

Per la parte del design di interni, possiamo trovare molta ispirazione in Marcel Breuer, che condivide anche molte caratteristiche col nostro protagonista: ungherese, ha studiate alla Bahaus – la stessa scuola da cui proviene László – e anche lui è immigrato, anche se in Inghilterra.

Breuer utilizzava i tubolari d’acciaio per i suoi mobili, esattamente come fa László, come ad esempio l’iconica Cesca Chair introdotta nel 1929 e realizzata in tubi d’acciaio, legno laccato, incurvato e incannicciato.

Ma forse a influenzare maggiormente altri aspetti è stato Mies Van Der Rohe. Anche se di matrice razionalista, ha sicuramente ispirato la chaise longue dello studiolo con la sua Chaise Longue del 1931, ma anche la sua MR Side Chair del ’27 sembra aver giocato un ruolo.

L’ARCHITETTO: LÁSZLÓ TÓTH

Come ormai abbiate intuito arrivando fino a qui, László Tóth non esiste, esattamente come la sua architettura. Ma nonostante sia tutta un’invenzione, l’impegno del regista, del cast e della scenografia nel rappresentarlo sono di così alta qualità che molti dopo la fine del film sono andati a cercare l’architetto e le sue opere, scoprendo l’”amara” verità. 

László Tóth è un personaggio così coinvolgente, con la sua ossessione e la sua testardaggine, che Becker descrive di fondamentale importanza, perché è ciò che fai di lui un sopravvissuto dell’olocausto. Egli incanala tutto il trauma, la paura, il disgusto nel suo Istituto che, come abbiamo già accennato, ti risucchia e ti trasforma il topo nel labirinto di László.

L’interpretazione di Adrian Brody – già vincitore in passato dell’oscar come migliore attore per il film The Pianist del 2002 – è unica e fa trasudare la tristezza, l’angoscia e la pena che László trasmette, mentre Judy Becker con la sua scenografia riesce a trasmettere il gusto, la raffinatezza, la potenza e la sensazione di claustrofobia che il genio di László ha racimolato negli anni.

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https://en.wikipedia.org/wiki/Salk_Institute_for_Biological_Studies

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https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_della_Luce

https://benesse-artsite.jp/art/chichu.html

https://en.wikipedia.org/wiki/Chichu_Art_Museum

https://artsandculture.google.com/story/chichu-art-museum-invisible-architecture-tadao-ando-architect-associates/kgUBINjNbw6Nfg?hl=en

https://it.wikipedia.org/wiki/Skyspace_Lech

https://www.domusweb.it/it/arte/gallery/2020/11/23/la-cappella-rothko-a-houston-riapre-al-pubblico-le-immagini-dopo-il-restauro.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Cappella_Rothko

https://www.vogue.com/article/the-brutalist-production-design-judy-becker-interview

https://it.wikipedia.org/wiki/Sedia_Cesca

https://www.silenzioinsala.com/blog/post/246309/chi-sono-gli-architetti-che-hanno-ispirato-the-brutalist?utm_source=chatgpt.com