Lo Stato di Diritto: 2 lemmi di valore che non si esprimono più

(In copertina: illustrazione. “Lo Stato Senile del Diritto“)

Amaro brindisi all’Illuminismo defunto: cronache di uno Stato di Diritto dimenticato

Nel più veloce processo di commistione di principi della storia, dovuto alla totalizzante presenza d’uguali mezzi di comunicazione/comunicanti, in popoli sì diversi, ma che per questo s’amalgamano, nel più spaventoso non predominio, monopolio, quanto piuttosto Assoggettamento dei molti, tra i pochi, ricchi della terra, alla larga famiglia dell’eletto presidente, nell’ormai ammesso rapporto vassallatico ItaliaVassallo-AmericaPadrone, dove si è per lo più vassalli dei vassalli (tenentes in servitio, per i ferrati in storia), la più pericolosa erosione è certamente quella che riguarda lo stato di diritto e la ripartizione dei poteri.

La tripartizione, ancora insegnata da vecchi professori al liceo nell’odiata, dai più, ora d’educazione civica, è solo piacevole ricordo. Da decenni, dando ragione alla teoria giuspolitica di Constant, i limiti ai poteri sovrani, nel progetto costituente posti sopratutto nei confronti dell’esecutivo, hanno rafforzato, invece che contenere, i poteri stessi.

Le motivazioni non debbono interessare, ora.

Ma delle regole, per come le conosciamo, in occidente si è stanchi. Delle parole che rappresentano regole si è ancor più stanchi. Il cambiamento, a volte, non si sceglie; naturalmente, questo accade. ll ripetersi prolungato e spropositato d’una parola, se pur positiva, non può che portare al provar disgusto alla sola pronunzia, peggio al solo ascolto, della stessa. E accade in diritto. Perché la norma è debole, non forte. È leggera come le volontà, che se vengon meno fanno venir meno, che apprezzano e disprezzano in attimi veloci, spesso irrazionali. È bisognosa d’attenzione, di cura, d’intenti solidi. Il diritto dev’essere, dico io pretenziosamente, solidità d’intenti.

Ci troviamo nell’era del disgusto verso il vecchiume e il passatismo che non son più nostri, non ci appartengono. Siamo nell’era delle reazioni, d’intenti nuovi. Non c’è d’averne paura; vanno desiderati, stretti con forza, accompagnati.

A questi giovani stanchi, non volutamente ma certamente disgustati, alla ricerca di vette in cui incastonarsi, con tiepidi artigli, deboli ganci, a questi va ricordato quanto il diritto sia labile, volubile, ma più di tutto malleabile. Può esser plasmato da chiunque, ora più che mai.

Solide si mantengano le nostre idee, che possan sfuggire alla colonizzazione Aculturale, alla quasi irresistibile tentazione del potere, alla miope rinuncia ad uno stato, alle sue regole e con queste ai suoi principi, commettendo l’insanabile errore di non più combattere nel conflitto, ma di ripudiare il conflitto stesso, con triste, sconsiderata, fatale arroganza.

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  • Articolo di: Il giurista maledetto
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