Finisca lo scempio dei CPR

(In copertina: alcuni manifestanti contro i CPR->credits)

In Italia, fino al 1998, gli immigrati che non disponevano di documenti o che, per qualche motivo, avevano perso il permesso di soggiorno non potevano essere immediatamente espulsi nel loro Paese, ma restavano nella nostra Nazione senza poter contare su alcuna tutela da parte dello Stato o sperare in una regolarizzazione.

Per colmare questa falla normativa, sotto il Governo Prodi I nacquero i primi “Centri di permanenza temporanea” (CPT), luoghi di cosiddetta detenzione amministrativa dove trattenere i migranti irregolari fino al rimpatrio.

Questi CPT sarebbero divenuti, in seguito, sotto il Governo Gentiloni, “Centri di permanenza per i rimpatri” (CPR), allungando il periodo di permanenza dei migranti da 90 giorni a 18 mesi.

I CPR, che in teoria avrebbero dovuto fungere da centri temporanei volti all’identificazione e alla successiva espulsione dei migranti nel loro Paese, sono diventati, nella pratica, dei veri e propri lager. Uomini e donne, rei solo di non essere in possesso di un pezzo di carta, vengono rinchiusi in queste prigioni, spesso del tutto inadeguate alla permanenza prolungata, e abitualmente sottoposti a violenze fisiche e mentali.

Il paragone con la Libia sorge spontaneo. L’unica differenza è che, in Italia, chi tortura i migranti non è, però, parte di una banda di trafficanti, ma indossa fieramente una divisa e agisce in nome dello Stato; non lo fa di nascosto nel deserto, ma agisce sotto il caldissimo sole della nostra acclamatissima democrazia, godendo del pieno beneplacito del Governo e delle istituzioni.

Chi, in Italia, tortura i migranti non è diverso da chi lo fa in Libia, perché la violenza resta sempre violenza, anche e soprattutto quando chi la perpetra indossa una divisa e agisce in nome della Legge.

L’Italia si professa Stato di diritto, ma il diritto di queste persone dov’è?

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