Sono arroganti, si comportano come se l’intero pianeta – e oltre – sia loro dovuto. Sono ben posizionati, dopo decenni passati nella zona grigia tra politici di professione, lobbisti e pseudo-funzionari pubblici di fiducia. Sono influenti, gestiscono imperi aziendali e interi social network come fossero i propri salotti di casa. E sono ricchi, ricchissimi, ingordi di profitto ad ogni costo, avidi di denaro al di sopra di ogni Stato di diritto o sistema di protezione – ambientale quanto sociale.
Bezos: dal “garage” di Amazon al garage di Washington
Sono i padroni degli Stati Uniti, che con l’amministrazione Trump hanno compiuto l’ultimo balzo del leone: ora non sono solo la parte favorita, hanno la chiave del governo. E mezzo mondo prono nel peggiore dei casi, servile nel migliore.
Sono i tecno-oligarchi di quello che viene definito «tecnofascismo», sui quali lo stesso Steve Bannon – l’ideologo e stratega di Trump del 2017 – ha dato l’allarme. E se lo dice lui, che di fascisti se ne intende in prima persona, c’è da credergli.
Democracy dies in darkness era lo slogan del Washington Post dal 2017 a un mesetto fa. Il proprietario era già il capo di Amazon, Jeff Bezos, con un patrimonio umanamente sterminato e un colosso aziendale alle spalle che gli permetteva di allungare i tentacoli su quasi ogni angolo del mondo. Otto anni fa, Bezos seguiva il trend della stampa statunitense, decisamente antritrumpiana, e dava voce al giornalista Bob Woodward – uno di quelli di Tutti gli uomini del presidente, per intenderci – secondo il quale «senza il giornalismo, la democrazia muore nel buio».
Oggi la situazione è pienamente ribaltata. Bezos, schierato con gli altri tecno-oligarchi nel Campidoglio durante l’inaugurazione della seconda presidenza Trump, si allinea con convinzione alla linea tracciata dalla Casa Bianca: libertà intesa come arbitrio dei grandi proprietari, che entrano nelle sale del potere e sono “liberi” dai regolamenti a protezione dell’ambiente.
Trivelle, server, gigafactories, combustibili fossili, ma anche lotte ideologiche: contro la sinistra che queste “libertà” di agire vuole limitare, contro le minoranze che vorrebbero uscire dai ghetti (e dalla speculazione politica), contro i sindacati e i giudici accusati di bloccare il paese. Ecco la sublime “libertà” che un’amministrazione composta dagli uomini più ricchi del mondo porta avanti come bandiera: la libertà di sfruttare il prossimo, succhiare il midollo della Terra, impedire a chi si ribella di avere una voce. Nulla di nuovo, solo che ora hanno nuovi mezzi – la web e i social network – molto più “pop” della stampa vecchio stile o delle avanguardie istituzionali.
La propaganda diffusa a reti unificate dipinge i ricchi come portavoce del popolo perché self-made men, gente che ce l’ha fatta (come e in che misura non importa, sarai mica invidioso?) mentre i politici sono solo parassiti dediti a chissà quale ideologia woke. Donald Trump, che è esattamente uno di loro e come tale si comporta, ha steso il tappeto rosso più importante per la propria casta – e no, non stiamo parlando della cravatta.
Il 26 febbraio 2025 Jeffrey Bezos, folgorato sulla via per Capitol Hill, invia un «messaggio» ai sui dipendenti del Washington Post (qui trovate il testo da Bezos stesso pubblicato su X): firmandosi «Jeff», come fosse il compagno di liceo che conosci da una vita, il tecno-oligarca di Albuquerque dichiara che d’ora in poi la redazione Opinion dovrà occuparsi solo della difesa dei due «pilastri fondamentali», ossia libertà personali e libero mercato; e «i punti di vista opposti a questi saranno lasciati per essere pubblicati da altri.»
– Leggi anche: La vignetta che ha fatto dimettere Ann Telnaes dal Washington Post
Le reazioni sono state diverse. Oltre all’ovvio plauso di Elon Musk, il direttore dell’Opinion, David Shipley, si è dimesso; Margaret Sullivan (prima al Post, ora al Guardian) avverte che Bezos «non vuole più un’organizzazione giornalistica indipendente, ma un megafono e uno strumento politico che favorisca i suoi interessi commerciali». L’intrusione del padrone nella linea editoriale era stata già abbastanza chiara quando il fondatore di Amazon aveva bloccato l’editoriale di endorsement a Kamala Harris prima e la vignetta satirica di Ann Telnaes – che si era quindi dimessa – poi.
Non regge la scusa del’imparzialità. Non regge perché, come nota Michel Schaffer, il campo della “libertà” è già occupato da testate come Wall Street Journal (media conservatore da cui, non a caso, viene l’AD scelto qualche anno fa da Bezos per il Post), The Economist e Bloomberg. Aggiungo qui che non regge anche perché si tratta di una libertà in gran parte fasulla, la libertà di mettere mano sulle risorse naturali e umane senza regolamentazione né limite. Le scelte di Trump – detassazione dei ricchi, protezionismo, retorica antisindacale, sì alle trivellazioni e altre che vedremo dopo – vanno esattamente in questa direzione: quale libertà c’è da preservare esattamente?
Anche nel Post stesso si levano voci contrarie. C’è chi, come Shipley, si dimette, e chi invece rimane ma criticamente. Jeff Stein, caporedattore economico, è laconico: la mossa di Bezos è «una radicale invasione di campo» per cui «le opinioni dissenzienti non saranno pubblicate o tollerate.» A che grado, è tutto da vedere: dipende se i giornalisti faranno i bravi, altrimenti non è una novità la mano dura di Bezos, già sperimentata dai dipendenti Amazon.
La retorica sulla libertà sembra inattaccabile. Usata per consolidare un potere effettivo invece di equilibrare chi non ne ha, questa bandiera costringe gli avversari ad una controffensiva logica complessa, tanto più negli USA, dove la libertà è stato un mantra formale a prescindere dalla sua sostanza. E proprio sulle condizioni materiali frutto della libertà per gli oligarchi che s’innesta la controversa attività del miliardario diventato migliore amico di Trump e dell’estrema destra di mezzo mondo.

Musk: la corsa allo Spazio (di repressione)
Il DOGE non si capisce cosa sia, tantomeno è chiara la posizione dell’uomo più ricco del Globo nel governo statunitense. Elon Musk non fa parte del Gabinetto della Casa Bianca eppure Trump, aprendo la prima riunione del proprio Gabinetto, ha dato parola proprio a lui; non al vicepresidente o al segretario di Stato, ma a qualcuno che lì non dovrebbe metterci piede, figuriamoci bocca. E tutti, in cravatta rossa e giacchetta, a ridere forzati – presidente compreso. Solo Kennedy, l’ex antivaccinista (e pecora nera della storica famiglia di politici americani) ora segretario alla Salute, ha preferito distogliere lo guardo con volto cupo e serio.
Ufficialmente, il Dipartimento per l’efficienza governativa (il cui acronimo è anche una moneta virtuale, altro caso particolare) non è nemmeno un ministero, rendendo il ruolo di Musk solo secondario. Anzi, per i funzionari della Casa Bianca è solo un consigliere del presidente: non può prendere decisioni da sé. Ma il suo protagonismo è indiscusso (anche grazie alla pochezza politica del vicepresidente Vance), mediaticamente – le uscite fuori luogo ai convegni reazionari, la continua presenza nello Studio Ovale, i suoi tweet imbarazzanti – come materialmente – rimanendo pur sempre il padrone di un’impresa spaziale, di una casa automobilistica e di un social. È forse questa concentrazione anomala di poteri, nell’indifferenza delle autorità pubbliche, la libertà di cui parla Bezos? Pare proprio di sì: la strategia politica di Musk all’interno dell’amministrazione USA lo dimostra.
Nemmeno un mese e mezzo di lavoro, ed ecco che si è scatenato un uragano in salsa liberista. Tagliato il personale del Dipartimento del Lavoro, che si occupa delle dispute tra dipendenti e datori di lavoro; eliminata l’Agenzia per lo sviluppo internazionale, che coordinava gli aiuti statunitensi agli altri Paesi; bloccati anche il Medicaid (unica protoforma di sistema sanitario pubblico), i fondi all’Ufficio federale per la protezione dei consumatori, al Servizio forestale e all’Istituto nazionale di sanità. In tutto, finora, 10 000 lavoratori mandati a casa e milioni di persone senza assistenza.
La protesta si è fatta sentire – nonostante il clima contro i “burocrati” non sia favorevole. Non per nulla Trump lo difende, parlando di corruzione generalizzata che il miliardario sta sradicando. Ma l’obiettivo non è eliminare il supposto lassismo dei dipendenti statali, quanto il blocco della funzione regolativa dello Stato, lasciando la società in mano ai colossi privati. Tutti i servizi-cuscinetto che nel Novecento, con decenni di lotte, sono stati istituiti contro gli oligopoli e le grandi imprese, oggi decadono: sono i miliardari stessi ad abbatterli. E stavolta, li abbattono firmando direttamente da sé.
Anche all’interno del DOGE fioccano problemi. D’altronde, questo Dipartimento è in realtà la ridenominazione dell’Agenzia per i servizi digitali voluta da Obama. Gli obiettivi politici di Musk si vedono dalla gestione interna di questo ufficio: assunti ventenni ideologicamente allineati, sena alcuna esperienza ma ciecamente asserviti al disegno del tecno-oligarca. Così, 21 dipendenti del DOGE si sono dimessi in polemica con questa linea. Il presidente parla della presunta corruzione altrui, mentre permette un nepotismo sfrenato in casa. Abitudine comunque già sperimentata, con lo stesso Trump che al suo primo mandato aveva piazzato figlie e cognati in posti-chiave dell’amministrazione.
La concentrazione di poteri privati nel duo Trump-Musk sta sventrando lo Stato americano – in ottemperanza alla “libertà dei pionieri”, fondamentale nella cultura dell’America profonda che ha portato Trump al successo. La figura macchiettistica di Elon Musk è paradigmatica, una svolta in negativo per la politica oligarchica storicamente attuata a Washington. Ora che non solo ha le chiavi dell’apparato pubblico, ma anche il mandato politico per distruggerlo tra scroscianti applausi, la classe dei grandi proprietari sta eliminando ogni barriera tra l’arbitrio assoluto sul paese e loro stessi. So this is how liberty dies… with thunderous applause.

La Silicon Valley
Sembrano essere passati un po’ in sordina, eppure non vanno sottovalutati. Gli oligarchi della Silicon Valley sono a ben vedere i primi artefici di quello che Bannon ha definito «tecno-feudalesimo». Su tutti impera la figura di Mark Zuckerberg, che in vent’anni le ha provate tutte, purché ne godesse il proprio appetito. La parabola del tecno-oligarca di Meta è significativa: Obama, Biden, Trump, progressisti, conservatori, bot russi o fake news reazionarie – tutto va ben finché il proprio business rimane solido.
Zuckerberg e gli altri hanno una propria ideologia, non sono semplici mezzi: si rifanno ai valori illuministici, mentre vendono al miglior offerente la manipolazione degli utenti. I vari scandali – su tutti Cambridge Analytica – e le pratiche illegali – che prevedono la vendita delle informazioni sui gusti degli utenti alle aziende per migliorare il target pubblicitario – hanno aperto l’era del «tecno-autoritarismo», un termine fino a poco fa relegato allo Stato cinese. Un tipo di regime economico in cui i monopoli privati delle tecnologie digitali hanno un ruolo fondamentale nella gestione e nello smistamento delle comunicazioni di massa, comportandosi come mercanti nel Tempio per i propri guadagni (stellari) e bandiere al vento per la politica. Lo Stato viene sventrato dalla propria funzione di contrappeso, e allo stesso tempo conserva un impegno fondamentale – che richiede poco personale ma tanto potere –, cioè quello di proteggere i marchi tecnologici “nazionali” da quelli “esteri”. Tutto ciò in una cornice formalmente “democratica”, cioè con elezioni e rappresentanti eletti. C’è da chiedersi allora quale significato abbia il voto – unico strumento di partecipazione civica tollerato dai tecno-oligarchi, dacché passivo – se la propaganda è indirizzata dai capitali, i candidati sono gli esponenti della classe dei grandi proprietari, l’ideologia è un liberalismo che tutela l’arbitrio economico prima delle libertà civili.
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- Articolo di: Giovanni Gemma
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