Epatite C: come mai non esiste ancora un vaccino?

(In copertina: Transmission electron–micrograph of positively-stained particles that resemble the flaviviruses that cause hepatitis C infections, (nm = nanometer, which is one billionth of a metre))

L’epatite C, causata dal virus HCV, rappresenta una delle principali sfide della medicina moderna a causa della sua capacità di eludere il sistema immunitario e della mancanza di un vaccino efficace. Nonostante i progressi nella ricerca, la variabilità genetica del virus rende complessa qualsiasi strategia preventiva. Ma perché l’HCV è così difficile da contrastare?

La scoperta dell’HCV e la difficoltà nella prevenzione

Una piaga dei nostri tempi è l’HCV, il virus umano dell’epatite C, appartenente alla famiglia dei Flaviviridae e, invero, di recente scoperta. La sua identificazione risale al 1990, scoperchiando il vaso di Pandora che fino a quel momento aveva classificato il virus come causa di “epatiti non-A” ed “epatiti non-B”.

Tuttavia, mentre per i primi due virus (HAV e HBV, responsabili delle epatiti A e B) esiste una vaccinazione – la prima solo “consigliata” per coloro che lavorano in ambienti ad alto rischio – ad oggi è letteralmente fantascientifico trovare una vera e propria prevenzione sanitaria per l’epatite C.

Ma come mai? Perché questo virus è così intoccabile?

Le caratteristiche genetiche dell’HCV

Dobbiamo partire dalla spiegazione della sua genetica, che comprende un materiale genomico costituito da un RNA a singolo filamento con polarità positiva. In sintesi, questo RNA è depositario della sua informazione ereditaria e, di per sé, basta e avanza affinché il patogeno possa sintetizzare le proprie proteine.

Questo RNA si trova all’interno di un rivestimento proteico chiamato capside, di forma icosaedrica, ed è racchiuso da una struttura esterna denominata envelope, responsabile, tra le altre cose, della fragilità strutturale del virus.

Le conseguenze dell’infezione

Se infetta l’organismo, però, l’HCV diventa difficile da trattare. Nell’85% dei casi, dopo una prima manifestazione acuta, l’infezione cronicizza, portando a un alto rischio di cirrosi epatica e all’insorgenza di carcinoma epatocellulare, il tumore al fegato più aggressivo e tra i più letali in assoluto. Per questa neoplasia, ad esempio, alcuni farmaci di prima linea, come il Sorafenib, offrono effetti terapeutici troppo ridotti.

Perché è così difficile sviluppare un vaccino?

Il virus si trasmette in modo chiaro: principalmente per via parenterale, ovvero attraverso il sangue (trasfusioni, aghi infetti), ma anche per via sessuale e verticale (trasmissione madre-figlio). Una volta captato dalle cellule del fegato e “adsorbito” sulla loro superficie, l’HCV penetra negli epatociti e scatena una risposta immunitaria significativa dopo circa 40-120 giorni dall’infezione. Questo timing è particolarmente pericoloso: un periodo di incubazione così lungo rende difficile la prevenzione della trasmissione.

In una prima fase, l’organismo risponde innescando una discreta produzione di anticorpi anti-HCV, mentre, parallelamente, aumentano i livelli degli enzimi epatici, come le transaminasi. Il problema è che, a seguito di questa prima risposta immunitaria, nel 40-60% dei casi la specie virale HCV tende a mutare, dando origine al fenomeno della “quasi-specie virale”.

Ciò significa, in sostanza, che l’HCV è in grado di eludere la risposta immunitaria modificando continuamente il proprio assetto genetico ogni volta che vengono prodotti anticorpi contro di esso. In questo modo, ogni nuova popolazione virale che emerge risulta predominante e diversa da quella della prima infezione.

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Mutazioni e differenze con altri virus

Esiste una distinzione rispetto al concetto di “variante”. Durante la pandemia da Covid-19, così come nelle epidemie causate dal Rhinovirus o dal virus dell’influenza (tipo B), il termine “variante” è stato spesso utilizzato per descrivere un processo mutazionale che avviene su larga scala all’interno di una popolazione. In questo contesto, il virus tende a mutare sporadicamente nel corso di un’epidemia, come accaduto con le varianti Delta e Omicron del SARS-CoV-2.

(Piccola curiosità: anche il virus dell’epatite ha una componente “australiana”. Si tratta dell’antigene di superficie S, un marker che viene alterato e per il quale esistono vaccini anti-HBV e anti-HAV).

A differenza del SARS-CoV-2, l’epatite C non cambia “saltuariamente in una popolazione”, bensì all’interno dello stesso individuo. Ogni paziente infetto diventa un serbatoio di ceppi virali geneticamente differenti. Solo il 15% dei soggetti infetti riesce a eliminare il virus spontaneamente dopo l’infezione acuta.

Conclusioni: una sfida ancora aperta

Nel resto dei casi, l’infezione tende a cronicizzarsi, con un rischio elevatissimo di complicanze. Questo significa che ogni paziente potenzialmente esposto all’HCV può diventare un soggetto infetto a lungo termine.

Ad oggi, la lotta contro il virus dell’epatite C rimane una delle sfide più complesse della ricerca medica, con un elevato coefficiente di difficoltà. La continua capacità del virus di mutare e di sfuggire alle risposte immunitarie rende estremamente arduo lo sviluppo di un vaccino efficace.

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