
Una delle figure imprescindibili del panorama filosofico contemporaneo è senz’altro Slavoj Žižek. Il suo pensiero risulta essere fondamentale per comprendere la società di oggi e, soprattutto, cercare una via alternativa al postmodernismo: contro l’idea per cui non esista la Verità, Žižek si fa portavoce di un bisogno insito nell’uomo di aspirarvi, senza però poterla mai raggiungere. Entro questa direzione, si inserisce la sua analisi della struttura dell’ideologia che ci accompagna nelle azioni quotidiane.
Lenin a Varsavia
Žižek: un individuo particolare
Una delle figure più bizzarre del panorama filosofico contemporaneo è, senza dubbio, Slavoj Žižek.[1] Sloveno, classe 1949, la sua persona sembra completamente distante da quella tipica del filosofo: vestito “alla buona”, pieno di tic nervosi, poco curato.
Eppure, la sua visione del mondo illumina diversi aspetti: partendo in particolare dalle teorie psicologiche di Lacan[2], giunge a diagnosticare i tratti della vita sociale e la sua relativa organizzazione. Certamente non sarà una teoria completamente innovativa, ma la sua peculiarità deriva dall’applicazione della teoria lacaniana verso nuovi orizzonti, non limitati solo all’ambito psicanalitico e psicologico, delineando così un’analisi e una critica alla struttura dell’ideologia.
Contro il postmodernismo
Per comprendere appieno perché Žižek si muova in tale direzione, occorre definire contro cosa si scontra: il postmodernismo. Definendo il venir meno di una cornice comune entro cui tutti possano organizzarsi e coordinarsi, tale corrente professa la fine di un’omogeneità costruibile nella società a favore di una pluralità di prospettive. Invece, in direzione opposta, Žižek sottolinea che qualcosa sopravvive contro tutti questi tentativi, diagnosticabile considerando proprio Lacan:
«Percepire Lacan come un “antiessenzialista” o un “decostruzionista” [approcci tipici dei pensatori postmoderni] significa cadere preda della stessa illusione che ci fa percepire Platone come un altro sofista. Platone accetta dai sofisti la loro logica di argomentazione discorsiva, ma la sua per affermare la sua fedeltà alla Verità; Kant accetta il crollo della metafisica tradizionale, ma lo adopera per compiere la sua svolta trascendentale; analogamente, Lacan accoglie il motivo “decostruzionista” della contingenza radicale, ma solo per affermare la sua fedeltà alla Verità intesa come verità contingente».[3]
Muovendosi sul campo di questi ‘nuovi sofisti’, tramite Lacan è possibile rintracciare un nocciolo duro irremovibile, che non cede ai tentativi postmoderni di eliminare ogni verità assoluta, potendo affermare una “Verità intesa come verità contingente”.
Sembrerà un postmoderno, ma, andando più a fondo, Lacan si palesa come il difensore per eccellenza dell’illuminismo, ossia delle possibilità di affermare una certezza ultima non confutabile. Per rendere chiaro quanto detto, possiamo fare riferimento a una tipica barzelletta oscena raccontata da Žižek:
«In una mostra d’arte a Mosca, viene esposto un quadro che ritrae Nadezda Krupskaja, la moglie di Lenin, a letto con un giovane membro del Komsomol. Il titolo del dipinto è Lenin a Varsavia. Un visitatore, perplesso, chiede a una guida: “ma dov’è Lenin?”. La guida risponde con calma e dignità: “Lenin è a Varsavia”».[4]
Quel che dovrebbe essere il protagonista (Lenin) non c’è sulla scena ma rimane altrove, sullo sfondo (Varsavia), e permette l’accadere di ciò che viene ritratto (l’infedeltà della moglie).
La struttura dell’ideologia
L’importanza della prassi
La questione dell’ideologia, come già detto, è centrale per Žižek, che ne offre una definizione esemplificante:
«L’ideologia non è semplicemente la “falsa coscienza”, la rappresentazione illusoria della realtà; è piuttosto questa realtà stessa che deve essere considerata “ideologica” – “ideologica” è una realtà sociale che esiste a condizione che la sua essenza non sia nota a coloro che vi prendono parte – e cioè l’effettualità sociale, la cui riproduzione comporta che gli individui “non sappiamo quello che fanno”. “Ideologica” non è la “falsa coscienza” di un essere (sociale) ma questo essere stesso nella misura in cui è sostenuto da una “falsa coscienza”».[5]
Non limitabile solo a una posizione teoretica, l’ideologia è incarnata dagli individui i quali, pur convinti di vivere al di fuori di essa, la incarnano nei loro atti: teoresi e prassi non sono poste sullo stesso piano. Se anche riteniamo di aver preso distanze dall’ideologia, innegabilmente riproponiamo il suo schema nella quotidianità.
Di conseguenza, contrariamente a quanto il postmodernismo ritiene, la realtà ideologica plasma i comportamenti, le azioni e, quindi, i corpi degli individui che vi prendono parte con la conseguenza che i rapporti derivanti da queste pratiche verranno percepiti come proprietà naturali di chi ne prende parte e non, appunto, frutto di convenzionalità:
«“Essere re” è un effetto del sistema dei rapporti sociali tra “re” e i suoi “sudditi”; ma, per via del misconoscimento feticistico, a chi prende parte a questo legame sociale le cose appaiono necessariamente in una forma rovesciata: essi pensano di essere sudditi perché il re è già in sé, al di fuori del rapporto con i suoi sudditi, un re; come se la determinazione “essere re” fosse una proprietà “naturale” della persona di un re».[6]
Uno sguardo al presente
La peculiarità della nostra attuale società si riscontra nel modo in cui tali rapporti feticistici si palesano: partendo dal sunto di essere uomini liberi, e quindi dotati di pari dignità, ci illudiamo di avere rapporti di uguaglianza, ma ciò deriva da una falsa percezione: le merci rivestono un ruolo centrale, in particolare per quanto concerne la loro non-trasparenza.
Esistono sempre un re e un suddito, ma la loro disuguaglianza è definita dal possesso dei mezzi di produzione che rimane, però, invisibile con la conseguenza di essere ugualmente iscritti in un’ideologia: il re è nudo solo sotto i vestiti, non nei rapporti con gli altri.
«L’illusione non sta dalla parte del sapere, sta piuttosto dalla parte della realtà stessa, di quello che le persone fanno. Quello che le persone non sanno è che la loro realtà sociale, la loro attività, è guidata da un’illusione, da un’inversione feticistica. Quello che non vedono, quello che ignorano, non è la realtà, ma un’illusione che struttura la realtà e la loro concreta attività sociale. […] E questa illusione inconscia che non vediamo è ciò che potremmo definire fantasia ideologica».[7]
Tale “oggettità” della credenza è visibile nel caso psichiatrico di un uomo che credeva di essere un chicco di grano. Ormai guarito si imbatte in una gallina, ma le vicende non vanno come sperato:
«“Ho incontrato una gallina e ho avuto paura che mi mangiasse”. I medici tentano di calmarlo: “Di cosa hai paura? Ora sai di non essere un chicco di grano, ma un uomo”. e lui risponde: “Sì, certo, io lo so, ma la gallina?”».[8]
L’importanza dei rapporti permane: io so di non essere un chicco, di non essere un servo, ma nei rapporti con l’altro? Cosa mi garantisce di non essere considerato tale?
Credere per credere
Pascal e la prova dell’ideologia
La giustificazione di questo stato di cose non deriva tanto dalla conferma che esista un punto certo e stabile su cui costruire tutto, quanto piuttosto da una nostra supposizione nei suoi confronti. Non crediamo che la burocrazia, la giustizia, la Legge, sia giusta per dei motivi, ma solo perché, in quanto Legge, deve essere così.
Ottimo esempio, a tal proposito, è l’argomentazione di Pascal portata a sostegno dell’esistenza in Dio: non si tratta di affermare con sicurezza e con una prova assoluta che esista, quanto di comportarsi come se esistesse davvero:
«Ora, qual male vi capiterà prendendo questo partito? Sarete fedele, onesto, umile, riconoscente, benefico, amico sincero, veritiero. […] Vi dico che in questa vita ci guadagnerete: e che, ogni nuovo passo che farete in questa via, scorgerete tanta certezza di guadagno e tanto nulla in quanto rischiate, che alla fine vi renderete conto di aver scommesso per una cosa certa, infinita, per la quale non avete dato nulla».[9]
La fede verrà da sé una volta adottati tali comportamenti, sottolineando nuovamente il dominio della prassi: è sufficiente seguire un modello per sottomettercisi e ravvisarlo come veritiero.
In questi termini, Žižek parla di una fede prima della fede: il soggetto crede senza saperlo e lo fa agendo, con una conseguenza evidente: l’ideologia non è un’illusione per far fronte alla realtà, quanto piuttosto è una fantasia finalizzata a sostenere la realtà stessa.[10]
Il nocciolo duro del Reale
È possibile allora affermare l’esistenza di un punto fermo, di ciò che sta oltre ogni ideologia e che identifica, a detta di Žižek, l’eredità illuminista di Lacan: la fantasia è funzionale per occultare il Reale. Sussiste sempre un nucleo compatto oltre ogni costruzione che noi facciamo, impedendoci di vedere il reale stato delle cose:
«Quando ci destiamo da un sogno, di solito ci diciamo che “è stato solo un sogno” e così mostriamo di essere ciechi al fatto che, nel nostro quotidiano stato di veglia, non siamo che una coscienza di questo sogno. È solo nel sogno che abbiamo accesso alla cornice di fantasia che determina la nostra attività, il nostro modo di agire nella realtà stessa».[11]
Riteniamo di confrontarci direttamente con lo stato reale delle cose, ma siamo sempre vittima di un’illusione: il paradosso mostra che, pur riconoscendo il sogno come falso, abbiamo la percezione della sua cornice chiara e definita nel suo raffronto con ciò che riteniamo la “realtà”. Ma se avessimo la possibilità di confrontare questa presunta “realtà” con il Reale, ciò che sta oltre l’ideologia, vivremmo la stessa situazione.
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Esemplificazioni concrete
La tragedia del Titanic
A tal proposito, Žižek porta l’esempio del Titanic: il suo naufragio fu un evento traumatico, ma i tempi erano già maturi e, infatti, era atteso: da anni circolavano racconti in merito a un evento analogo.
Già la fantasia ideologica della fine del XIX secolo inquadrava l’inizio di una nuova epoca con nuovi pericoli in avvicinamento, tanto che l’idea che una nave transatlantica, simbolo del benessere della Belle Époque, affondasse era previsto dalla fantasia ideologica. Appare evidente come quel fenomeno avesse già una cornice predisposta ad accoglierlo sotto una certa lettura per addomesticarlo:
«II relitto del Titanic funziona allora come un oggetto sublime: un oggetto positivo e materiale elevato allo status di Cosa Impossibile. E forse ogni sforzo di articolare il significato metaforico del Titanic non è che un tentativo di fuggire a questo devastante impatto della Cosa, un tentativo di addomesticare la Cosa confinandola nella sua dimensione simbolica, conferendole cioè un significato».[12]
L’11 settembre e Oceangate
Possiamo raffrontare la questione con qualcosa di più vicino a noi: l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 non acquista forse la stessa valenza del Titanic? Se questo ha segnato la fine della Belle Époque, quello ha sancito la fine ufficiale della Guerra Fredda, aprendo a nuove fronti: non più un confronto tra USA e URSS ma lo scontro con il terrorismo musulmano.
Sulla stessa questione, insiste l’ancora più recente tragedia del Titan avvenuto nel 2023: un gruppo di ricchi, grazie ad OceanGate, ha sperato di giungere a vedere il relitto del Titanic, trovando però la morte con un’implosione.
Da un punto di vista ideologico, forse è meglio così: il Titanic come Reale è rimasto sul fondo, alimentando però nuovamente quella fantasia di fine XIX secolo in una società totalmente diversa.
L’importanza dell’ideologia
Tra sintomo e forma
Ricapitolando: ogni ideologia, come verità contingente, insiste su una Verità, il Reale, che sfugge, ma attorno a cui quelle contingenze si vengono a creare. Tali contingenze però, determinano l’esistenza di ogni individuo:
«[…] Il sintomo è il modo in cui noi soggetti “eludiamo la follia”, il modo in cui “scegliamo qualcosa (la formazione sintomo) anziché il nulla (l’autismo psicotico radicale, la distruzione dell’universo simbolico)” connettendo il nostro godimento a una certa formazione significante, simbolica, che garantisce un minimo di consistenza al nostro essere-nel-mondo».[13]
L’importanza di Lacan per il nostro tempo, dunque, risiede nell’aver delineato una necessità intrinseca all’essere umano di costruire un terreno sui cui orientarsi: il Reale rimane irraggiungibile, quello che conta è avere una bussola di orientamento. A tal proposito, risulta utile un raffronto con la morale provvisoria di Cartesio:
«Imitando in ciò i viaggiatori che, trovandosi smarriti in quale foresta, non debbono errare girando ora da una parte ora dall’altra e ancor meno fermarsi in qualche posto, ma camminare sempre quanto più dritto possono in una sola direzione, e non cambiarla mai per futili ragioni, ancorché al principio non sia stato forse che il solo caso quello che li abbia determinati a sceglierla: perché, con questo mezzo, se non vanno proprio dove desiderano, arriveranno almeno alla fine in qualche parte, dove verosimilmente si troveranno meglio che nel mezzo d’una foresta».[14]
Analogamente, l’ideologia mira a mantenere la sua forma: camminare sempre più dritto possibile nella stessa direzione, riconoscendo però che i viaggiatori devono nascondere a sé stessi che la decisione presa non è ben fondata. Se si dovessero rendere conto che la vera meta è la coerenza della loro condotta rispetto all’ideologia, smetterebbero di esistere:
«[…] Rivelerebbe il godimento che è all’opera nell’ideologia, nella rinuncia ideologica stessa. In altre parole, rivelerebbe che l’ideologia serve solo i propri scopi, che non serve a niente, e questa è precisamente la definizione lacaniana di jouissance».[15]
L’essere umano è spinto solo dal godimento nel fare ciò che fa, con l’idea di riempirsi di senso in quello, ma quel senso è derivante solo da un’auto-masturbazione imposta tale per cui una presa di coscienza di ciò sarebbe controproducente.
“Essere nella merda fino al collo”
Come conclusione, sembra giusto lasciare la parola direttamente a Žižek, che ci delizia con un’immagine esemplificante di quanto detto finora e carica di oscenità:
«Nella tradizionale tazza tedesca il buco in cui la merda sparisce dopo aver tirato lo sciacquone è di fronte, così che la merda prima galleggi affinchè la si possa annusare e ispezionare per trovarvi le tracce di un’eventuale malattia; nella tazza tipicamente francese, invece, il buco è dietro – cioè la merda è supposta sparire il più presto possibile; infine, nei paesi angloamericani la tazza presenta una sorta di sintesi, una mediazione tra i due poli opposti – la tazza è piena d’acqua, così che la merda vi galleggi visibile ma non ispezionabile. […]
Così, sarebbe facile per uno studioso affermare, durante una tavola rotonda, che viviamo in un universo post-ideologico – ma nel momento in cui, dopo l’incandescente discussione, va al gabinetto, ecco che si ritrova di nuovo immerso fino al collo nell’ideologia».[16]
Bibliografia e note
- Cartesio, R., Discorso sul metodo, La Scuola Editrice, Brescia, 1989.
- Pascal, B., Pensieri, Mondadori, Milano 1968.
- Žižek, S., Fare i conti con il negativo. Kant, Hegel e la critica dell’ideologia, il nuovo melangolo s.r.l., Genova 2014.
- Žižek, S., L’epidemia dell’immaginario, Meltemi editore, Roma 2004.
- Žižek, S., L’oggetto sublime dell’ideologia, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2014.
[1] Žižek ha una produzione sconfinata di opere scritte, anche se il nucleo centrale rimane invariato e, anzi, viene riproposto di volta in volta con solo leggere modifiche. L’ipotesi è che, essendo diventato famoso, abbia cercato di vendere il più possibile e, quindi, sia arrivato a scrivere persino 2 libri all’anno senza aggiungere contenuti degni di nota di volta in volta. La sua opera principale è senz’altro L’oggetto sublime dell’ideologia, alla quale si farà largo riferimento.
[2] In tale articolo non viene trattato in modo approfondito Lacan, ma è sufficiente ciò che Žižek riporta al riguardo.
[3] S. Žižek, Fare i conti con il negativo. Kant, Hegel e la critica dell’ideologia, il nuovo melangolo s.r.l., Genova 2014, p. 11.
[4] S. Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2014, p. 138.
[5] Ivi, p. 37.
[6] Ivi, p. 41.
[7] Ivi, p. 50.
[8] Ivi, p. 53.
[9] B. Pascal, Pensieri, Mondadori, Milano 1968, p. 129.
[10] S. Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, cit., p. 59.
[11] Ivi, p. 68.
[12] Ivi, p. 93.
[13] Ivi, p. 98. Seguendo tanto Lacan quanto Freud, il sintomo è, cioè, ciò che viene desunto a posteriori: quando il trauma avviene, è immediatamente interpretato in un certo modo dal paziente il quale, solo a seguito di un lavoro psicanalitico, può riconoscere il significato inconscio attribuitogli. Quindi, il sintomo testimonia la simbolizzazione del trauma.
[14] R. Cartesio, Discorso sul metodo, La Scuola Editrice, Brescia 1989, p. 51.
[15] S. Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, p. 106.
[16] S. Žižek, L’epidemia dell’immaginario, Meltemi editore, Roma 2004, p. 9.
Contributi
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- Articolo di: Tommaso Donati
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