L’AI di DeepSeek: dal Dragone rosso con furore

Più economica. Realizzata in meno tempo. Utilizza chip meno dispendiosi di energia. È open source. Con risultati pari, se non migliori, rispetto a quelli degli oligopoli tecnologici statunitensi, che hanno subìto un crollo in borsa.

È arrivata alla fama DeepSeek, la start-up cinese che ha scompigliato – con successo – le logiche di dominio «tecnofeudale» (come ne parla Varoufakis) con la sua nuova app di intelligenza artificiale. Ma anche le rose più belle hanno delle spine.

Orientalismo e Celeste Impero

A marzo 2014 tre ricercatori sulla Harvard Business Review pubblicarono un articolo dal titolo chiarissimo: Perché la Cina non riesce a creare innovazione. Qui criticarono, per vari motivi, il modello di imprenditoria e ricerca innovativa della Cina, sollevando dubbi sul doppio obiettivo del governo cinese stabilito nel 2006: diventare «società innovativa» entro il 2020 e leader mondiale nell’ambito tecnologico entro il 2050. Con in mente l’immagine della Cina-fabbrica-del-mondo, fatta di inquinanti manifatture al servizio dei raffinati colossi occidentali, il «Piano a medio-lungo termine per lo sviluppo della scienza e della tecnologia» di Pechino del 2006 venne derubricato a utopica giganterìa propagandistica dei padroni del Partito comunista cinese.

Con tono dall’odore paternalistico, i tre di Harvard scrissero: «Fino all’inizio del XIX secolo, l’economia cinese era più aperta e guidata dal mercato rispetto alle economie europee. Oggi, tuttavia, molti credono che l’Occidente sia la patria di pensatori creativi e innovatori e che la Cina sia in gran parte una terra di apprendenti meccanici legati alle regole, un luogo in cui la ricerca e lo sviluppo sono diligentemente perseguiti ma le scoperte sono rare.»

(Peraltro, in questa rapida visione storica, si omette un lieve evento storico: le Guerre dell’oppio, condotte dalle potenze europee contro la Cina a metà Ottocento, quando quest’ultima voleva ridurre la piaga della diffusione di questa droga. Non aveva fatto i conti con gli interessi europei, che spingevano la produzione e il commercio degli oppiacei, e dinanzi alle limitazioni cinesi intervennero militarmente, mettendo fine alla sovranità del Celeste Impero. Giusto per ricordare che il mercato occidentale non si è imposto da solo né la sua stortura è frutto del governo comunista.)

Oggi, seppure il paradigma non si sia del tutto invertito, queste dichiarazioni portano sempre di più la puzza di un orientalismo miope. Mentre in Occidente ci crogiolavamo sulla “fine della Storia”, in Cina la Storia veniva scritta. Più ferrovie, più auto elettriche, più forestazione, più rinnovabili, più investimenti pubblici in infrastrutture digitali – nonostante i problemi colossali: la censura governativa spingente, l’ancora forte dipendenza dal carbone, l’inizio di un inverno demografico, il rallentamento della crescita.

Sembra, però, che di questi problemi la classe dirigente cinese – composta da una classe di potentati economici sottoposta al vertice del Partito comunista, mentre da noi le due forze (finanziaria e politica) si equivalgono o la prima influenza maggiormente la seconda – abbia piena consapevolezza.

Quindi, mentre in Europa e nel Nordamerica abbiamo forti tendenze reazionarie che i problemi li nascondono come polvere sotto il tappeto, in Cina si cercano le soluzioni. Non sempre queste soluzioni sono riuscite, né sono positive (pensare a nuovi modelli di repressione, ad esempio, non è positivo): ma segnano una decisa volontà di andare avanti e non cullarsi tra gli allori, che in campi più tecnici che politici diventa decisiva per il progresso.

Sempre del 2014 era una notizia-meme (parodia di un articolo di The Onion, il Lercio d’oltreatlantico) che titolava così: La CIA scopre un complotto cinese per semplicemente sedersi e godersi il collasso degli Stati Uniti. Sotto, una foto del leader cinese banalmente seduto in poltrona con questa didascalia: «Una recente foto del presidente comunista Xi Jinping attivamente impegnato nell’aggressiva osservazione del declino americano.» Questa notizia, ovviamente satirica, riassume le politiche per l’innovazione dell’ultimo decennio meglio dell’Harvard Business Review. E poi dicono che il riso abbonda sulla bocca degli stolti: chi è più stolto di chi dava le spalle alle start-up cinesi mentre idolatrava i tecno-oligarchi nostrani?

Ritornando a DeepSeek

L’AI di DeepSeek è l’ultimo emblema di come la Cina – intesa non solo come il suo governo centrale, ma pure senza eliminare il fattore Partito – sia consapevole della propria intraprendenza. Da vent’anni investe in trasporti pubblici, strategie di contenimento dei deserti e sostituzione del carbone: l’“assalto al cielo” del dominio tecnologico occidentale è ormai una scalata più che una sfida.

(Questo articolo non è una profezia: se nel futuro le cose cambieranno, tuttavia, non potremo certo tralasciare il fatto che le misure che i governi e le oligarchie occidentali prenderanno d’ora in poi saranno frutto anche della guerra fredda – o, meglio, «pace calda» – con la superpotenza emergente.)

Questa AI ha un triplice vantaggio competitivo sui modelli nordamericani (su quelli europei è facile avere un vantaggio, dato che praticamente non esistono): è stata prodotta con meno risorse economiche e funziona con meno spreco di energia (questione centrale, bollente e sottovalutata nelle AI); è gratuita e partecipativa; utilizza chip di una generazione precedente senza peggiorare il risultato finale.

Il suo rilascio ha provocato un terremoto negli USA: c’è chi – come Nvidia – è crollato di quotazione, chi – come Sam Altman, il padre padrone di Open AI e ChatGPT – si è elettrizzato dinanzi alla sfida, infine chi – come Donald Trump – ha accolto la scalata cinese come un’occasione per sottolineare l’urgenza strategica di potenziare le tecnologie occidentali.

Marc Andreessen, uno degli ingegneri diventati venture capitalist, ha parlato del rilascio di questa app come «il momento Sputnik dell’AI». Un nuovo capitolo tanto tecnico quanto politico: se per noi il libro è il pamphlet della stagnazione e del tecnofeudalesimo, per i cinesi è il volume ennesimo di una storia plurimillenaria interrotta solo dal Secolo dell’umiliazione. Una visione anche mentale che ancora, in Occidente, non abbiamo ben posizionato nella cultura politica.

Oltre alle considerazioni strategiche, non bisogna dimenticare quelle di più ampio respiro, temporale e geografico. Ad esempio, Jonathan Crary, con il suo Terra bruciata, è il profeta di un postcapitalismo ecologico molto, molto particolare. La considerazione centrale è che «un Internet socialista non è concepibile più di quanto lo sia l’ossimoro del capitalismo verde».

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