“Quella di oggi, 23 marzo 1919, è una data storica”. Su questo nessuno ha dubbi, e sappiamo com’è andato il resto. O meglio, crediamo di saperlo.
Benito Amilcare Andrea
Sulle origini del fascismo si dibatte da esattamente 106 anni, da quella prima riunione in piazza San Sepolcro che segnò la nascita di un progetto (anti)politico destinato a cambiare per sempre la storia italiana. Nonostante questo, però, la consapevolezza di cosa sia stato il fascismo è, tra i non addetti ai lavori, molto scarsa, fatto provato dalla moltitudine di luoghi comuni e falsi miti che circolano a proposito.
Le prospettive per osservare le azioni di Benito Mussolini e del movimento da lui fondato sono molteplici, ognuna significativa, ma forse la più interessante è proprio quella di Mussolini. Non è un caso che la prima opera a studiare sistematicamente il fascismo nel suo insieme si presenti come una biografia del suo capo, pubblicata da Renzo de Felice dal 1965 al 1997. Si può dire che è a questo modello che si è rifatto Antonio Scurati con i suoi romanzi, da cui è tratta la serie diretta da Joe Wright con protagonista Luca Marinelli.
Sulle discussioni attorno a questa impostazione si possono scrivere fiumi di pagine ugualmente carichi di difese e critiche, perché raccontare il punto di vista di Mussolini significa abbandonare il superuomo dei cinegiornali o il diavolo dipinto dagli avversari di ieri e di oggi, per entrare nella testa un essere umano, un uomo di nome Benito Amilcare Andrea.
Significa sì seguirlo nei comizi e a Montecitorio, ma anche in osteria, nella redazione del Popolo d’Italia, nel minuscolo monolocale (facile l’immedesimazione) e nei vicoli di una Milano che Wright e Mauro Vanzati (alla scenografia) dipingono non diversa dalla Birmingham dei Peaky Blinders. Significa, insomma restituire quella dimensione concretamente umana, sia individuale sia collettiva, di cui forse ci si dimentica nel dibattito ormai quotidiano, ma che è un tassello indispensabile per capire il Ventennio fascista italiano.

Leggi anche: Il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925
M. sul modello di House of Cards
La serie ha proprio questo obiettivo, e nel farlo sfrutta abilmente la continua rottura della quarta parete, creando un legame diretto tra Mussolini e chi lo guarda, esattamente come con Frank Underwood ai tempi di House of Cards, rendendo magnetico e affascinante un personaggio che non brilla certo per correttezza ed eticità.
Impegnato nella campagna promozionale della serie alcuni mesi fa, Luca Marinelli ha descritto la difficoltà nell’interpretare un personaggio per cui, da antifascista convinto, prova la massima repulsione. Immediatamente sono piovute accuse di politicizzazione, onnipresenti quando si toccano certi temi.
Sorvolando su come si sarebbe potuto evitare di politicizzare una serie su Mussolini nell’Italia del secolo ventunesimo -impossibile-, l’interpretazione convince. Non è facile portare in scena un personaggio simile senza scadere nella caricatura (vedi Il Divo Andreotti), considerata anche l’immagine comune che si ha di Mussolini grazie ai conosciutissimi filmati dell’istituto LUCE.
Per ora si può dire che l’operazione riesce, mettendo, tra l’altro, molto l’accento sull’operato di Mussolini come giornalista e come comunicatore politico, forse il campo in cui la sua influenza si è fatta più sentire nell’ultimo secolo.
M. non è un documentario
È bene ricordare che in ogni caso si tratta di una serie che, come tale, non deve essere presa per un documentario accurato sulle vicende che racconta. Per chi volesse avere un’idea di cosa è successo in Italia dal 1919 al 1945 non mancano i mezzi per informarsi e schiarire le idee, dato che l’Italia pullula di storici specializzati in questi 25 anni così fondamentali.
Quello che manca, forse, è un’adeguata comunicazione tra questo formidabile gruppo accademico e il resto dei 59 milioni di cittadini che nella vita fa altro (compreso governare il Paese). E di un’adeguata comunicazione su questo tema tutti, dalle Alpi alla Sicilia, abbiamo bisogno. Che “M. il Figlio del secolo” possa essere un inizio?
Contributi
Prima di lasciarci, citiamo il lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla stesura di questo articolo e che, ogni giorno, si impegnano affinché Requiem Pamphlet possa fare, nel suo piccolo, la differenza.
- Articolo di: Alessio De Giuseppe
- Correzione bozze: Sara Erpete
- Impaginazione e SEO editing: Gianmarco Loiacono
Se anche tu vuoi contribuire e unirti al nostro team, compila il nostro form e verrai contattato da uno dei nostri collaboratori.
