Abstract
La COP29 si è da poco conclusa, senza comportare nulla di fatto. L’occasione, però, permette di sollevare due trappole in cui ci troviamo oggi: il deus vult e il panem et circenses. Smascherata la loro ipocrisia sottostante, è possibile vedere che cosa che c’è in gioco: la frattura metabolica, operata dall’ingordigia capitalistica, distrugge tanto la natura quanto l’umanità. Tale deriva, infatti, comporta le etiche del trattino e il disagio nella natura, considerabili il risultato più nefasto a cui siamo giunti.
Una proposta diversa, però, sembra promessa da Saitō Kōhei che, nella sua recentissima opera “Il capitale nell’antropocene”, segna una svolta nella comprensione della filosofia marxista. Confutati i tentativi di transizione ecologica interni al capitalismo, si apre la possibilità a un comunismo della decrescita: soltanto un autogoverno democratico potrà risanare la frattura metabolica interna alla natura e riportare al centro l’umanità.
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Contributi
- Revisione di: Alessio Urgese
- Illustrazione di: Alessandra Petrachi
- Impaginazione e SEO editing: Gianmarco Loiacono
