Another Brick In The Wall (Parte IV)

Qualcuno di voi aveva sentito parlare di JD Vance prima di giugno? No? Nessuno? Beh, non ci siamo persi nulla. Come raramente accade nelle elezioni USA dell’ultimo mezzo secolo, stavolta il candidato vicepresidente è meno interessante dello spettacolo imbastito per la mitizzazione del candidato presidente e l’agitazione dei suoi adepti.

(Spoiler: qui non si parlerà dei Pink Floyd. Ma penso che Another brick in the wall, a un comizio di Trump in Texas, ci starebbe benissimo. D’altronde, se ha messo YMCA in Pennsylvania non vedo perché debba rifiutare il brano dei Floyd.)

Vice – l’uomo per l’ombra

Vance è un quarantenne repubblicano che diventerà vicepresidente degli Stati Uniti fra un paio di mesi. Nella sua carriera, è stato sostanzialmente un cercatore di voti, come i trovatori d’oro di fine Ottocento: dove va il consenso, va lui. 

Prima: aborto in nessun caso e da nessuna parte. Poi: aborto materia di legislazione dei singoli Stati. Prima: Trump è un idiota, un demone, un virus della democrazia. Poi: Trump è il mio presidente.

Da conservatore retto, tutto Law & Order, a sostenitore della tesi (senza straccio di prova, da ormai quasi quattro anni) secondo cui le elezioni del 2020 sono state rubate dal Partito democratico. Un politico che ha trovato l’angolino del salotto di Washington in cui poter soggiornare, la sua gallina dalle uova d’oro. O forse no. O forse sì. Insomma non si può sapere, non lo sanno né Trump né Vance stesso. Non è che è schizofrenico. Più banalmente, per lui Career First, America Second. Trump, rinforzando enormemente la propria posizione rispetto al 2016, ha potuto scegliere un vice che sia insieme un fedelissimo e uno a cui dare una staffetta senza troppi problemi d’incompatibilità. 

Più che un presidential ticket (come invece è successo con la strategia di candidare il duo Harris-Walz), abbiamo avuto una specie di Batman & Robin in salsa reazionaria. Viene così alla mente – per contrasto, s’intenda – il film su Dick Cheney Vice – L’uomo nell’ombra. È un film del 2018, quando Trump era alla Casa Bianca – ma aveva accanto un pezzo della dirigenza repubblicana “di professione” come Mike Pence. (Non per fare l’elogio di Pence, però lui trovò un po’ di spina dorsale dopo l’assalto al Campidoglio.) Quando Trump, quindi, aveva accanto un partito – accondiscendente, come poi si è visto, eppur sempre un partito – e non un circolo magico messianico.

Cheney, vice di Bush Junior per tutti e due i mandati, fu l’uomo nell’ombra di un presidente capitato lì più per diritto dinastico (Ius Familiae, nel latino improvvisato) che statura istituzionale. Cheney fu l’uomo del Potere nel post-11 settembre. Spietato, autoritario, incarnò l’imperialismo a stelle e strisce e non perse l’occasione, con il Patriot Act, di rivolgere il controllo capillare adottato all’estero nella sorveglianza dei propri concittadini. (Fu comunque un uomo dei palazzi di Washington, e forse perciò Kamala Harris ha gradito il suo appoggio – gradimento non molto ricambiato dalla base dem, con 14 milioni di elettori in meno rispetto al 2020.)

Vance è vice di un presidente diventato tale più per Ius Theatri che statura istituzionale. Solo che, invece di essere quello del lavoro sporco, è il politico giovane da bilanciare all’età di Trump – stop. Cheney venne interpretato da uno straordinario Christian Bale: Vance è stato la copia sbiadita di se stesso, finora. Dall’uomo nell’ombra all’uomo per l’ombra: per non far sfigurare il candidato presidente, nelle sue uscite pubbliche sembra aver raccolto le bozze uscite male dei copioni di Trump.

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Apprendisti e appresi

Quest’anno è uscito un altro film molto, molto interessante – The Apprentice, che sostanzialmente narra (romanzando un po’, abbastanza da non perdere il carattere storico) il giovane Donald Trump che si fa le ossa guidato dall’avvocato del diavolo Roy Cohn, eminenza grigia di Joseph McCarthy e difensore delle famiglie mafiose italiane  nella Grande Mela. Cohn non poteva non essere attratto dalla figura del costruttore Trump, anche se alla fine – come il più classico dei mostri del dottor Frankenstein – perde il controllo della sua creatura.

Alcuni trumpiani hanno gridato allo scandalo: far uscire un film del genere – peraltro coinvolgente e ben fatto – poco prima delle elezioni! Come se servisse un film per mettere in cattiva luce l’oligarca. La verità è che, se nella setta di The Donald qualcuno è già dentro, quello che uscirà fuori mediaticamente è, 1) nel caso migliore, derubricato a menzogna o esagerazione; 2) nel caso peggiore, i trumpiani si ritrovano proprio nel suo personaggio. 

Stesso meccanismo, quasi pulsionale, lo abbiamo sperimentato in Italia, non a caso, col berlusconismo: i documentari-inchiesta sull’oligarca milanese hanno indignato chi era contro Berlusconi; per i suoi fan, invece, si vedano i punti 1 e 2.

Di tutto il mondo dello spettacolo del presidente eletto, ahimè, quello più teatrale è stato il siparietto di Hulk Hogan alla Convenzione repubblicana (con buona pace di Lincoln ed Eisenhower), in cui si è strappato le vesti per mostrare una canotta con scritto «TRUMP-VANCE 2024» all’urlo classico di «Make America great again!» Ora forse a molti lettori questo episodio cringy non viene subito alla mente – e vale la pena che lo recuperiate, così da avere un’idea di cosa intenda quando scrivo che il Partito repubblicano è una setta senza spina dorsale.

Questo siparietto, tra i social statunitensi, a molti utenti ha ricordato il film Idiocracy. Alcuni ne vedevano la piena realizzazione nella realtà. Personalmente, per esecuzione mediatica e scenografia, ha ricordato anche, se non di più, i «due minuti dell’odio» di 1984. Il che è un segnale anche peggiore: Orwell pensava che un mondo grigio abituasse ad ogni repressione, ma un mondo epilettico ha anche il vantaggio di nascondere le repressioni. Due in uno, approfittatene!

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