Il fuoco di Prometeo: tra rovina e rinascita

La libertà è un problema centrale per l’essere umano: incapace di potersi adattare a un orizzonte predefinito, vive un’inquietudine data dalla sua indipendenza. La patologia della libertà lo costringe a muoversi in un mondo entro cui si ritrova costretto. Per non soccombere, cerca di colmare la distanza da ciò che lo circonda tramite la tecnica, ed ecco l’alba dell’Antropocene.

Il “Problema Umano


La patologia della libertà che affligge l’uomo era già anticamente discussa dai Greci, attraverso il mito di Prometeo: il dono del fuoco diventa lo strumento per sottomettere la natura e rapportarsi ad essa. Questo fuoco, però, oggi diventa sempre più un incendio fuori controllo: gli effetti collaterali prodotti dall’Antropocene sono sempre più evidenti. Occorre, sempre sulla scorta di Prometeo, ripensare la libertà in modo innovativo; riformulare un rapporto con il mondo affinché si possa considerarsi figli di Gaia.

L’unicità dell’uomo

L’essere umano ha un problema. O meglio, l’essere umano è un problema. Diversamente da un animale, non è inserito perfettamente nel suo habitat: non è determinato da un “a priori“, da un istinto, che lo collochi entro un orizzonte limitato e in cui tutta la sua vita si consuma. Questa condizione di distacco è palese attraverso la possibilità che l’uomo ha di pensare alla sua stessa contingenza: può esistere come non esistere. Questa presa di coscienza, però, pur sottolineando una radicalizzazione della sua libertà, nella pratica è limitata: l’uomo si ritrova gettato nella vita, senza scelta. La sua contingenza si inserisce, dunque, in una determinazione sovrastrutturale su cui non ha potere e contro cui non può nulla.

Mettendo in primo piano il “Problema Umano“, quindi, è possibile identificarlo con la patologia della libertà: l’essere umano si muove in un mondo da cui si sente estraneo, ma da cui dipende e non può farne a meno. Sotto questa luce, è possibile identificare un certo tipo di “a priori“, che presenta solo le condizioni tramite cui si rapporta al mondo: l’esperienza. Questa, assieme alla capacità di azione, permette di costruire un ponte tra sé e il mondo, allo scopo di creare un “ambiente” che sia propriamente umano, e entro cui poter agire. In queste circostanze, la libertà ottiene campo: grazie alla tecnica e alla esperienza, l’iniziale inquietudine viene placata, permettendo di affrancarsi a quel mondo distante.

Il mito di Prometeo

Le riflessioni di carattere fenomenologico sull’uomo, svolte fino a questo punto, trovano un punto di approdo nel mito di Prometeo. Già a partire dall’epoca classica, i Greci concepivano la peculiarità umana, tanto da arrivare a proporre un mito in particolare. La trama è abbastanza semplice: il titano Prometeo, contrariamente agli ordini di Zeus, decide di donare il fuoco alla specie umana. Questa, infatti, viveva in subbuglio e senza i mezzi necessari per permettere all’uomo di adattarsi al mondo attorno: egli viveva, con i suoi simili, alienato e svuotato, distante da ciò che lo circondava.

Il fuoco e la sua applicazione, invece, comportano la possibilità di agire oltre ai limiti materiali, e, grazie alle idee, può essere guidato, affinché la distanza con il mondo venga riempita. Esso apre gli orizzonti possibili, offrendo rapporti nuovi al mondo. Non è un caso, allora, che fosse una prerogativa degli dei possederlo. D’altro canto si trattava di esseri superiori, i quali non conoscevano limiti di nessun tipo. Per condannare il gesto ribelle, Zeus punisce Prometeo, incatenandolo nel Tartaro, e un’aquila gli avrebbe consumato il fegato di giorno in giorno, fino a quando non gli avrebbe permesso di tornare in libertà.

Durante questo periodo di detenzione, l’umanità ha avuto però modo di usufruire di quel dono prometeico. Ciò ha permesso, da un lato, di rispondere al “Problema Umano“; dall’altro, ha prodotto effetti collaterali. Resta, però, che questo evento abbia avuto una tale risonanza da permettere di asserire la nascita di una nuova epoca: l’Antropocene.1

L’Antropocene


La sottomissione della natura

L’Antropocene è l’epoca caratterizzata dall’impatto umano sul mondo. Poterne identificare l’inizio è un compito arduo; ciò che però è innegabile è la sua esistenza oggi, visibile sotto ogni punto di vista. L’Antropocene ha, infatti, realizzato il sogno prometeico: un intero mondo in cui l’uomo instaura il suo dominio. Al centro di questa nuova epoca c’è un ricambio organico: se – prima – la natura seguiva i suoi ritmi e i suoi processi; ora, le energie razionali umane si inseriscono nel nuovo ambiente naturale, addomesticato per i fini umani. Seguendo Marx, possiamo arrivare a considerare Prometeo come il grande santo e profeta laico dell’umanità: il suo dono ha comportato il dominio incontrastato sulla natura.

Soluzione al “Problema Umano”?

A questo punto, il “Problema Umano” sembra essere risolto: quella situazione d’inquietudine, data dalla patologia della libertà, ormai è un lontano ricorso. Anzi, ora la libertà viene avvertita come un soffio vitale che affranca l’essere umano. Questo paradiso, però, non è destinato a durare. A mano a mano che le energie razionali hanno il sopravvento sulla natura, gli equilibri di questa vengono alterati.

Il sistema di feedback – per cui ad ogni uso e produzione esiste un bilanciamento, garantito dalla stessa natura – inizia a scricchiolare. La tracotanza umana raggiunge livelli tali per cui né la forza umana, né le risorse a disposizione bastano più a soddisfarla. Per sovvenire a queste carenze, si inizia a scavare sempre più nel sottosuolo, alla ricerca dell’oro nero; esso, non più nascosto sotto terra, ottiene nuova vita, ma con soli intenti di sfruttamento. Se il mondo umano. grazie al petrolio, raggiunge livelli sempre più elevati, gli effetti collaterali non tardano a farsi sentire.

Da libertà a dipendenza


La dittatura della libertà

Se l’Antropocene ha segnato l’inizio della libertà umana, ne può segnare anche la fine. Lo sfruttamento oltremisura comporta una perenne dipendenza: la sovrabbondanza, la pretesa di avere sempre di meglio, diventa parte della quotidianità. La libertà diventa un feroce dittatore, da cui si fa fatica a liberarsi. L’essere umano ne è sempre più dipendente, la natura cade sotto i suoi colpi: il sistema entropico entra in cortocircuito, il punto di non ritorno è sempre più vicino.

I cambiamenti climatici, la desertificazione, sono i risultati più genuini della tracotanza umana: incapaci di rallentare, sempre più bramosi di libertà, ci si dimentica di quella natura da cui tutto ha inizio. Natura, un mondo, che non era asservita all’essere umano. Il “dono del fuoco” diventa “terrore del fuoco“.

Il terrore della fine

Ed ecco il XXI secolo, in cui ormai risulta impossibile non fare i conti con le esternalità prodotte dall’umanità. L’incertezza per il futuro dilaga ogni giorno di più; la paura della fine diventa sempre più concreta. È l’alba di un ribaltamento antropogenico: se prima si considerava il progresso come motore portante, che potesse condurre a una fine paradisiaca; ora quella fine è diventata un inferno. La tentazione maggiore sarebbe quella di gettare la spugna: se il regno della libertà ha causato danni, non c’è motivo di credere che si possa aprire una strada in cui ci sia della speranza.

La necessità di ricreare una nuova libertà diventa impellente, se non si vuole lasciare ai posteri un panorama sempre meno abitabile, meno umano, meno mondo. Per tale fine si deve ripartire proprio dal mito di Prometeo, e in particolare porre l’attenzione sul suo comportamento.

Ripartire da Prometeo


Due visioni a confronto

Le azioni di Prometeo possono essere giudicate sotto due prospettive diverse: la visione olimpica e la visione prometeica. La prima consiste nelle considerazioni più immediate: Prometeo è andato in contro a responsabilità da cui non può fuggire, la punizione di Zeus ne segna le conseguenze. Ogni progresso apre nuove strade che si deve essere pronti ad affrontare. Questa visione però è fallace: se ogni volta si aprono nuove vie, abbiamo un processo ad infinitum, dietro cui – prima o poi – rallenterà il passo fino a fermarsi, incapaci di prevederle o imboccarle tutte.

Questa è esattamente la situazione odierna, dove la cecità è sempre più drastica e anziché imboccarle volontariamente, ci imbattiamo in strade dalle conseguenze nefaste. Gioca anche un elemento di nitidezza: se a primo acchito una certa via sembra condurre verso il meglio, una visione più attenta potrebbe, però, portare l’attenzione sulle zone d’ombra non considerate.

Considerando però la seconda prospettiva, quella prometeica, ecco che forse c’è una speranza. Prometeo non ha agito irresponsabilmente, facendo dono del fuoco agli uomini, ma aveva dei precisi scopi. Le sue responsabilità gli erano note ben prima di agire, non si è imbattuto in esse solo alla fine. Ecco allora cosa si potrebbe fare oggi: definire il perché si crea qualcosa, avere un controllo del regno della libertà.

Questo è possibile ottenerlo non solo diminuendo tutto ciò per cui si siano prese seriamente in considerazione le responsabilità (i combustibili fossili), ma proponendo fini concreti tramite nuove tecniche. Un riscatto esiste, ma occorre reinterpretare il regno della libertà, in cui ci sia spazio non solo per il mondo umano, ma anche per il mondo vivente. Energie rinnovabili sostenute da nuove tecnologie, che garantiscano non una rinuncia al mondo della libertà, ma a una sua nuova attuazione: il nucleare attende all’orizzonte.

La nuova torcia di Prometeo

Seppur, ancora oggi, sia osteggiata da molti, l’energia nucleare permette di applicare a pieno titolo questa nuova visione. Lontano da qualsiasi riflessione puramente ecologica, è possibile partire da qui per dare spazio a una nuova rivoluzione prometeica, dove il fuoco non diventi nemico, ma rimanga un fedele alleato. Poter usufruire del nucleare potrebbe scagionare quel rapporto tossico che ha contraddistinto i due bombardamenti americani sul Giappone, o la paura perpetua di una guerra nucleare durante la Guerra Fredda.

Il riscatto offerto dalla visione prometeica inizia rivalutando tutto ciò che non era stato fatto precedentemente. Se il problema era la falsa speranza nei confronti del progresso, che si è rivoltata contro l’uomo, oggi una nuova mentalità può rincominciare da quel punto più basso, per vederlo come un inizio nuovo. La creazione di una libertà che non tenga in ostaggio l’uomo, e torturi la natura, riguarda la capacità di vedere con occhi nuovi ciò che ha segnato il tramonto di quella fiducia. Un tramonto che si appresta ad alba.

Questa nuova torcia, però, necessita di una nuova eredità prometeica, comprensibile solo se oltre allo strumento cambia anche il proprietario. Il rischio che quel circolo vizioso si ripresenti esiste sempre, anche se i mezzi cambiano. Per evitare nuovamente una fine analoga non basta imparare a vedere sotto nuova luce il fuoco, ma occorre anche rivedere come l’uomo si considera.

Figli di Gaia

Gaia era considerata la madre di tutte le divinità per gli antichi Greci. Gli stessi figli di Gaia andarono a riempire tutto il Pantheon greco, ma tutti mantenevano un rapporto con la Terra. Infatti, ognuno di essi rappresentava un fenomeno naturale. Ecco allora come tutta la mitologia greca può essere denotata come una grande adorazione del pianeta, in ogni sua forma ed espressione. Oggi, questa visione è persa.

Il filosofo Sloterdijk, a tale riguardo, porta una ricca riflessione sul rapporto con l’Umwelt, l’ambiente. Il domino dell’Um, delle circostanze, è diventato tale fino a perdere l’immagine complessiva della natura. La scomposizione in parti permette di vedere solo materiali potenziali per il servizio all’umanità. L’ambiente si appiattisce contro un orizzonte di indifferenza, snaturando tutto ciò che si vede. Se i Greci davano maggior rilevanza al Welt, al mondo, oggi ci si perde nelle sue circostanze, fino a dimenticarsi di esserne parte. Occorre, forse, ritrovare questa sintonia, non per tornare a venerare dei pagani, ma per fare nostro l’insegnamento greco: reimparare ad essere figli di Gaia.

Per poter delineare come comportarsi, è utile riprendere per un’ultima volta il mito di Prometeo. Il periodo di detenzione del titano è limitato, ha i giorni contati. Ammettiamo che proprio nella nostra epoca tornasse alla libertà. Ammettiamo che venisse a contatto con ciò che abbiamo fatto del suo dono. La domanda appare evidente: Prometeo si vergognerebbe? Se la risposta è sì, allora è tempo di rimboccarsi le maniche.

Bibliografia


[1] P. Sloterdijk, La vergogna di Prometeo. Dal dono del fuoco al grande incendio del pianeta.

[2] G. Anders, Patologia della libertà. Saggio sulla non-identificazione.

[3] M. Klenk, M. San, Prometheus’ Legacy: Responsibility and Technology.

[4] E. Padoa-Schioppa, Antropocene.

Note


  1. Una recente assemblea dell’UICG ha portato gli scienzati a negare la esistenza di tale nuova epoca. Nella impossibilità di decretare un preciso inizio temporale (il cosidetto ‘chiodo d’oro), si è giunto a definire che attualmente siamo ancora nell’Olocene. La decisione espressa, però, prosegue ammettendo la possibilità di usare il termine ‘Antropocene’ per designare quello che si osserva nel mondo. L’impatto dell’uomo rimane comunque un evento esperienziale nella vita quotidiana. Per ulteriori approfondimenti: Non siamo nell’Antropocene, ma ne viviamo già gli effetti ↩︎